Ritratto di Miquel Barcelò ©Xavier Forcioli, 2016
Ritratto di Miquel Barcelò ©Xavier Forcioli, 2016

L’arte di Miquel Barceló è una continua oscillazione tra finzione e realtà.

Un gioco di rimandi, dove scultura, pittura, letteratura e filosofia si confondono e si intersecano all’autobiografia dell’artista e alla sua riflessione personale sulla vita.

Barceló, artista poliedrico capace di coniugare diversi linguaggi artistici è soprattutto noto al grande pubblico per la sua ricerca pittorica gestuale e la vicinanza al gruppo della Transavanguardia italiana e i Neo Espressionisti tedeschi. Alla metà degli anni ’90, durante i suoi numerosi soggiorni in Mali, inizia il suo avvicinamento alla ceramica realizzando le prime terrecotte con l’antica tecnica dogon. Dal 1996 riprende la produzione ceramica nella sua isola natale, Mallorca, dove ancora oggi realizza i propri lavori.

Il legame con l’Italia è una costante nella sua ricerca, dai primi viaggi a fine anni Settanta al soggiorno in Campania su invito di Lucio Amelio per l’organizzazione della grande mostra Terraemotus. In Italia, e più in particolare a Vietri, l’artista è tornato all’inizio del 2000 quando con Vincenzo Santoriello ha realizzato il monumentale rivestimento per la Cattedrale di Palma di Mallorca: una cappella totalmente ricoperta di ceramica, uno degli interventi artistici più grandi al mondo in questo materiale.

Il grande artista spagnolo, che vive a Mallorca, espone per la prima volta in Italia e a Faenza, città per antonomasia della ceramica, le ceramiche prodotte negli ultimi trent’anni della sua carriera in una sorta di antologica “anomala”, che intenzionalmente è senza ordine cronologico espositivo.

Per volontà dell’artista e delle due curatrici della mostra, Irene Biolchini e Cécile Pocheau Lesteven, l’allestimento si snoda negli spazi del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza per affinità e dialogo con le collezioni permanenti del museo.

“È un dialogo tra il passato e il presente quello che si propone, nell’attenzione e nel rispetto per una grande storia, per una terra e un territorio che hanno fatto dell’arte ceramica la propria eredità ed identità culturali. – spiega la direttrice del MIC Claudia Casali - Barcelò ne è consapevole e ci propone un percorso che è una riflessione sulla sua stessa storia”.

Ad aprire il percorso la barriera di “Wall” un’installazione costruita a grande muro che fa da anello di congiunzione – potendo essere ammirato da entrambi i lati -  e allo stesso tempo biglietto da visita del suo autore con i suoi molteplici autoritratti incastonati.

In una sorta di corrente e flusso che porta fuori e dentro la storia, tra il reale e il sogno il percorso poi si estende alla sala dedicata alle mostre temporanee dove le opere sono raccolte per tematiche, ma unite dal filo conduttore della pittura, perché per Barceló la ceramica è gestualità.

“E questo perché l’unica conclusione possibile è che per Barceló non esiste ceramica che non sia pittura. Osservare i suoi trenta anni di attività ci permette di isolarne dei temi. – continua Irene Biolchini -  Gli stessi temi che popolano il secondo spazio di mostra: la parete degli autoritratti, la ricerca intorno alla superficie nera, il mare, le tauromachie, le sue famiglie, le ricerche di memoria cubista e dada (si pensi a Guitarra), i ritratti dei filosofi. Ognuno di questi temi non può e non deve essere isolato, ma ha sempre un suo contraltare pittorico. Perché la ceramica, il suo fare, il suo dispiegarsi, sono sempre un risultato della gestualità della pittura, del fluire del pennello sulla tela. O del fluire del Tempo”.