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29 apr 2022

La pandemia ha fatto crollare fatturati e utili

Il valore aggregato delle Top500 scende a livelli inferiori al 2017. Ma crescono gli occupati: +2,9%. In calo il rischio finanziario

antonio matacena; ; marco maria mattei
Economia
Da sinistra, i professori Antonio Matacena e Marco Maria Mattei
Da sinistra, i professori Antonio Matacena e Marco Maria Mattei
Da sinistra, i professori Antonio Matacena e Marco Maria Mattei

di Antonio Matacena

e Marco Maria Mattei

La pandemia Covid-19 ha colpito il nostro Paese duramente, causando tragiche perdite umane, danni sociali ed economici. Nel 2020 ci sono stati 100mila decessi in più rispetto alla media 2015-2019, si sono acuite le situazioni di fragilità sociale e il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9%. Si è registrata quindi la variazione del Pil più negativa dalla Seconda guerra mondiale, anche peggiore della recessione dovuta alla famigerata crisi finanziaria del 2008, che aveva generato nel 2009 una contrazione dell’economia nazionale ‘solamente’ del 5,9%.

In questo scenario, la domanda su come il Covid-19 abbia influenzato le performance delle prime 500 aziende di Bologna e provincia nel 2020 sembra scontata, ma in realtà nella risposta non mancano alcune (circoscritte) buone notizie, se non altro in termini relativi.

Partendo dai dati più negativi, nel 2020 registriamo la contrazione più significativa del fatturato aggregato delle Top500 degli ultimi 11 anni, ossia dalla prima edizione di questo inserto. In particolare, i ricavi aggregati 2020 sono pari a 67 miliardi, contro i 70 dell’edizione precedente (-3,8%). Il valore del fatturato aggregato delle Top500, corretto per l’inflazione, ritorna quindi a livelli inferiori al 2017 e viene bruscamente interrotto un trend di crescita dimensionale che durava da sette anni.

Se si considera però che nel 2020 l’economia nazionale in termini di Pil è ritornata ai livelli del 1998, la contrazione dei ricavi delle Top500 è meno negativa di quanto possa sembrare. Diversamente da altre edizioni, inoltre, dove la dinamica di variazione del fatturato era parzialmente spiegata dalle classi dimensionali e i piccoli soffrivano più dei grandi, nel 2020 la perdita di fatturato si è distribuita in modo tendenzialmente omogeneo lungo la graduatoria, con appena il 38% delle imprese che riesce ad aumentare il proprio volume d’affari.

Più rilevante invece è l’effetto settoriale, poiché le imprese che svolgono attività ‘essenziali’ sono state meno penalizzate dal prolungato lockdown: ad esempio, il settore del commercio all’ingrosso cresce del 4,1% e il commercio al dettaglio riesce a mantenere invariato il proprio fatturato aggregato.

Come prevedibile, insieme ai ricavi cala anche la capacità di generare reddito delle Top500. L’utile medio 2020 si riduce del 30% rispetto all’anno precedente, a causa sia di un aumento delle imprese che chiudono il bilancio in perdita (108, contro 77 della precedente edizione), sia di un aumento dell’ammontare delle perdite, che passano da un valore aggregato di 542 milioni a 1,1, miliardi.

Meno significativa è invece la contrazione del risultato operativo (-13%) e del margine operativo lordo (-4,5%). Bisogna tuttavia osservare che tali riduzioni sono una conseguenza quasi inevitabile del calo dei ricavi. Anzi, considerata la contrazione dei volumi d’affari, i risultati potevano essere significativamente peggiori se le imprese non avessero attuato efficaci politiche di contenimento dei costi e non avessero ricevuto supporto dal governo (in particolare i ristori e la cassa integrazione straordinaria).

Ciò è evidente osservando l’andamento degli indici di redditività (ROE, ROI e ROS) che, sebbene segnino tutti variazioni negative, si attestano su valori mediani superiori a quelli osservati nel 2009 e nel 2012, quando il Pil nazionale calava rispettivamente del -5,3% e del -3% contro il -8,9% del 2020.

Passando ai dati più positivi, i dipendenti delle Top500 alla fine del 2020, fra sedi italiane ed estere, raggiungono il numero record di 244 mila unità, con una crescita del 2,9% rispetto alla precedente edizione. Sicuramente a questo risultato ha contribuito il blocco dei licenziamenti, ma è altrettanto evidente che la crescita del numero degli occupati testimonia la volontà delle imprese del nostro territorio di investire in capitale umano nonostante la difficile situazione.

Anche l’analisi del rischio finanziario rassicura. Il 62% delle Top500 infatti riduce il rapporto di indebitamento e l’incidenza degli oneri finanziari sul fatturato rimane in linea con lo scorso esercizio, nonostante il calo dei ricavi.

La riduzione del rapporto di indebitamento dimostra la volontà delle imprese di ridurre i rischi su cui si ha maggiore controllo, e certamente è stata anche favorita dalla possibilità concessa dal governo di rivalutare selettivamente le immobilizzazioni. Un’impresa su tre del campione ha infatti sfruttato questa opportunità e complessivamente le rivalutazioni delle Top500 nel 2020 ammontano 3,3 miliardi (di cui 2,2 relativi alla rivalutazione di un solo marchio: Automobili Lamborghini).

Complessivamente gli imprenditori e i manager delle principali aziende bolognesi dimostrano di aver saputo utilizzare con sapienza tutte le leve aziendali e gli aiuti governativi per ridurre gli effetti negativi della pandemia, ma è evidente che non sia possibile preservare intatto il tessuto produttivo se si passa, senza soluzione di continuità, da una crisi all’altra. Confindustria Emilia-Romagna stima che il costo dell’energia per il sistema manifatturiero regionale passerà da 700 milioni del 2019 a 3,5 - 4 miliardi del 2020. Se tale incremento perdurasse, molte imprese del territorio non potrebbero sopravvivere. Diviene quindi quanto mai urgente lo sviluppo e l’attuazione di una politica industriale (sic!) e di approvvigionamento a livello nazionale che, senza le influenze ideologiche o emotive del passato, dia una prospettiva di maggiore stabilità alle realtà imprenditoriali, e non solo.

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