Lo Stato Sociale a Sanremo (Ansa)
Lo Stato Sociale a Sanremo (Ansa)

Sanremo, 7 marzo 2021 - Ecco le nostre pagelle sui big del Festival di Sanremo 2021.

Sanremo 2021, vincono i Maneskin. Rivoluzione compiuta

Maneskin, voto 9
Dura la vita per chi fa rock venendo dai talent e non dai palchi. I puristi ancora storcono il naso, anche se questi quattro ragazzi avevano già dimostrato prima di questo Festival di avere gli artigli. Lo dimostra alla grande questa loro ’Zitti e buoni’. Che ha grinta, stile e in più si arricchisce di un arrangiamento sinfonico capace di magnificarlo. La vittoria a Sanremo spenga le critiche: la gavetta dei Maneskin è finita. Siamo pronti per stupirci.


Michielin e Fedez, voto 6
Due mondi e due stili diversi che, per venirsi incontro, si annullano a vicenda. L’incontro non è avvenuto a metà strada, e a perderci di più è indubbiamente Fedez. La somma, in ogni caso, è inferiore del valore dei singoli. Non esattamente un sintomo di buona riuscita, nonostante il televoto.
 


Ermal Meta, voto 7
Onesto e coerente con se stesso, il suo terzo posto dopo la vittoria a Sanremo nel 2018 non porti in errore: la crescita è costante. Quella musicale, soprattutto, che sta affinando le sue armi per scolpire uno stile sempre più equilibrato. Buon testo, ottima musica, che infatti è piaciuta all’orchestra. Un terzo posto non certo da buttare.
 

Colapesce e Dimartino, voto 9
Quando un domani riascolteremo la loro canzone, non dimentichiamoci di contestualizzarla. Il loro desiderio di leggerezza, nell’anno 2021, è quello che sentiamo tutti. Basterebbe questo a renderli simpatici, e invece mancano ancora il sincrono, sempre perfetto, e la semplicità di un’architettura musicale aerea e profonda assieme. La tensione sonora viaggia all’unisono con l’umore dei testi. Cos’altro chiedere a una canzone sanremese? Da manuale.
 

Irama, voto 7
Un Sanremo sfortunato sul fronte del live, quello di Irama. E’ un peccato perché il suo brano, suonato dal vivo nel vuoto dell’Ariston e non in video causa quarantena, avrebbe buttato in aria le poltrone. Grande tiro, testo discreto. La quinta posizione è il suo posto. Si spera in una seconda vita radiofonica.
 

Willie Peyote, voto 8,5
Un testo lucido e intelligente, l’unico che racconta l’attualità che stiamo vivendo - Festival compreso - e che conferma Willie Peyote tra gli artisti più maturi del momento, come testimonia il riconoscimento del premio della Critica. Contenuti interessanti da ascoltare, sorretti da un tappeto sonoro che sa farci con il ritmo e ricorda il suo passato di batterista. Un’ottima prestazione, un momento d’oro nella sua carriera.
 

Annalisa, voto 6,5
Un brano sanremese, con tutti i crismi. Novità particolari non ce ne sono, ma neppure stonature. Il testo fila bene, pure con qualche guizzo, il pianoforte rassicura, l’interpretazione è piena. Può andar bene così.

Madame, voto 8
Madame è una rivelazione, sì, ma soltanto per il pubblico di Sanremo. Diciannove anni e un contratto discografico arrivato a sedici, questa ragazza dal cantato così attorcigliato, in realtà si è fatta già da molto sentire  su You tube e poi in radio, e con il suo stile  ha subito dimostrato di essere totalmente straniante rispetto alle mode. Può non piacere, ma sa non passare indifferente. Giovanissima, ha tutto lo spazio per fare scintille e qualcosa nel suo sguardo dice che le farà.

Orietta Berti, voto 7,5
Orietta è il canone, è l’enciclopedia, cos’altro c’è da dire? Vedere alla voce cantare, o  Sanremo. C’è chi dice che non basta più da tempo, ma allora vale tutto. Manca l’estro? Manca l’originalità? Sarà vero. Ma in un epoca in cui stonare è diventato uno stile e stupire è un obbligo, un po’ di sano metodo non guasta mai. Sempresialodata.

Arisa, voto 6,5
Poteva fare di più, di sicuro. Lo dice anche lei, che di certo agli esperimenti arditi non si è mai negata. Orecchiabile lo resta sempre, qualunque cosa canti, e questo presupposto minimo della canzone di Sanremo l’eleva un poco dalla sufficienza. Ma il resto stavolta non c’è, è rimasto impigliato, ed è un peccato, perché in Arisa può fare la differenza.

La rappresentante di lista, voto 6,5
Hanno stupito chi non li conosceva e un po’ deluso i loro fan della prima ora. Il compromesso sanremese ha piallato i testi e normalizzato l’espressione. Peccato, avrebbero dato molto di più. Ma poi forse è comprensibile: Sanremo è Sanremo. Comunque ascoltarli vale sempre la pena.

Extraliscio e Davide Toffolo 9
L’armata Extraliscio di sicuro avrebbe meritato un posto in classifica migliore. Ma poi chissà se gli sarebbe importato. Quel che conta è divertirsi e divertire, e loro hanno fatto entrambe le cose. Avevano promesso di trasformare l’Ariston in una balera e l’esperimento è riuscito, com’è riuscito il matrimonio tra generi così diversi tra loro, dal liscio canonico di Mauro e Moreno al punk di Toffolo, con il collante di un gigante d’estro come Mirco Mariani. Poteva essere un minestrone e invece è gourmet. 'Medley Rosamunda' poi, la cover del giovedì, è stata spettacolo puro.















 

Lo Stato Sociale, voto 9,5
Perfetti eredi dei concittadini Skiantos, solamente più pop, sanno spiazzare con effetti speciali e curve a gomito quando credi di aver capito la loro direzione. Prendete questo Sanremo: tutti pronti a crocifiggere Lodo per il suo periodo particolarmente prolifico, tra talent, partecipazioni tv, radio e film e lui si fa da parte, lasciando spazio agli altri. Il resto è stile e divertimento, avendo sempre qualcosa di intelligente da dire. Combat pop, appunto.  

 

Noemi, voto 6
La grinta è quella di sempre, anche se stavolta non incide e non lascia traccia. La storia radiofonica del suo brano forse scriverà un finale diverso. Note stonate non ce ne sono: il giudizio può rimanere sospeso. Non fosse altro per ciò che Noemi ha sempre dimostrato di sé sul palco dell'Ariston come altrove.

 

Malika Ayane, voto 7
La grana della sua voce è un marchio di fabbrica ormai consolidato, e gli arrangiamenti che le cuciono sopra sono sempre perfettamente calzanti. Questo dà ogni suo brano la sufficienza di default. Troncare le parole e ripeterle a ogni strofa avrebbe potuto evitarlo, è vero. Ma chi non osa non sbaglia. Ce lo faremo piacere.

 

Fulminacci, voto 7,5

Giovanissimo esponente del cantautorato romano, dice di non avere padri ma in realtà dimostra di saper prendere il meglio da molti, il primo Silvestri in testa. Una base di partenza importante su cui innestare brani originali e sonorità attente. Il ragazzo si farà: ha tutta la musica davanti.

Max Gazzè, voto 5,5
Notevole l’impegno scenico. E poi c’è lui, che è una certezza. Max Gazzè il risultato lo porterebbe a casa anche stando zitto. Però il brano è debole e risaputo. L’alchimia stavolta non è partita, ed è un gran peccato. Avrà sbagliato gli ingredienti. Arrivederci al prossimo brano.


 

Fasma, voto 6,5
L’autotune è generazionale, chi non lo sente suo lo sappia ignorare. Scoprirà un brano che sa trasmettere il suo messaggio, con la giusta tensione emotiva e un innesto d’amore che lo rende più sanremese di molti altri. Il cursus honorum è quello canonico, quasi demodé: dai singoli a Sanremo Giovani, quindi tra i big. L’anno prossimo, di questo passo, sarà un successo.

 

Gaia, voto 6,5

Lo stile c'è. Anzi, gli stili, che guardano al Sudamerica e tornano in Riviera. Si vola, si balla ed è merito di questa giovane cantautrice. Una maggiore originalità musicale non avrebbe guastato. Ma c'è tempo per aggiustare il tiro.

 

Coma_Cose, voto 9

La classifica in questo caso è del tutto ingiusta. Ma questa d'altronde è la più classica delle tradizioni sanremesi. Il brano infatti è aereo, vola leggero e resta nella stanza per ore. Impossibile non ricantarselo, incredibile se non finirà in alta rotazione radiofonica. Il miracolo è che i Coma_cose parlano di tostapane, di lacrime grattugiate e di basilico al sole. Sembra di stare in cucina, con quella leggerezza delle piccole gioie quotidiane. E già che di tempo in cucina, quest'anno ne abbiamo passato. Avessimo avuto questo brano in sottofondo, l'ottimismo non ci avrebbe mai abbandonati.


Ghemon, voto 7,5

Rap e funk, aria patinata e voce affettata. Dopo mille anni di gavetta, Ghemon è in gran spolvero. Sanremo non lo premia, ma cosa conta? Un brano tutto da ascoltare, un artista finalmente mainstream, con l'invidia per quanti lo potranno scoprire.

 

Francesco Renga voto 5

La voce è l'unica certezza. Il resto dov'è finito? La forma è sparita, lo stile rimane, ma non è in grado da un po' di fare davvero la differenza. Non aiutano neppure gli arrangiamenti, a volte posticci. Un artista che di certo può darci di meglio.

 

Gio Evan, 4

Non molto pervenuto, con un'attesa forse rimasta inappagata. Sembra che Sanremo abbia appiattito il suo stile. Un certo retrogusto neomelodico e troppo amarcord adolescenziale fanno il resto.

 

Bugo, voto 5
Cantante indie ante litteram, big lo è anche solo per i chilometri percorsi finora. Peccato che col tempo abbia finito per confondere il disimpegno con la didascalia, una descrizione di oggetti e momenti fini a se stessi, e peccato che abbia stravolto il senso profondo della stonatura. Che è artistica, e fa indie, quando arriva inaspettata. Ma non può essere il canone, non a Sanremo.
 

Aiello, voto 6
E’ ora di dire basta alle molecole farmaceutiche nei testi delle canzoni, ché se era vuota prima, da Calcutta in poi non è più neppure originale. Compensa l’urlo di metà canzone, di sicuro molto più plastico nell’espressione del dolore che il ricorrere alla metafora dell’antidolorifico. Il risultato è un pareggio, e va bene così.

 

Random, 4,5

Pochissima novità in questo brano, pochi gli appigli a cui guardare. Di sicuro la voce è sincera, ecco, questo sì. Il resto è un esercizio di stile. La personalità forse arriverà. Aspettiamo fiduciosi.

 

Orchestra dell’Ariston, 10 e lode
Ultimo baluardo di pubblico ammesso nel Teatro Ariston, sono costantemente inquadrati (ci sono soltanto loro) costretti a ridere, interagire e ad applaudire in ogni momento dello show, con l’archetto in una mano e il violino nell'altra, distratti dallo spartito che un minuto dopo dovranno seguire. Il tutto costantemente in mascherina, che sono gli unici a portare. In questo sfacelo hanno portato a casa, impeccabili, il loro lavoro per cinque giorni. Professionisti fino al midollo.