Falciata dal camion Il dolore della mamma "Non riesco a darmi pace Ora ascolto i suoi vocali"

La madre della bolognese: "Era il mio orgoglio, una ragazza libera e altruista. Serve più sicurezza, un genitore non deve perdere un figlio così".

Falciata dal camion  Il dolore della mamma  "Non riesco a darmi pace  Ora ascolto i suoi vocali"

Falciata dal camion Il dolore della mamma "Non riesco a darmi pace Ora ascolto i suoi vocali"

"Francesca era il mio orgoglio, una ragazza libera e altruista. Non riesco a credere che non ci sia più". Le parole di Nadia Valli, la mamma di Francesca Quaglia, la giovane ciclista originaria di Medicina, cittadina della Bassa bolognese, travolta e uccisa martedì scorso in viale Caldara a Milano, sono un lungo e doloroso susseguirsi di pianto e ricordi. Ricordi di vita passata, insieme a sua figlia, di vita che adesso non ci sarà più.

Quando è stata l’ultima volta che ha sentito sua figlia?

"Mi ha mandato un messaggio martedì mattina, intorno alle 9,30. Ci sentivamo spesso, lei era molto legata alla sua famiglia nonostante da anni avesse scelto di vivere lontano da casa. Le ho riscritto intorno all’ora di pranzo, ma a quel messaggio non ha mai più risposto. Ora non faccio altro che ascoltare i vocali sul telefono per risentire la sua voce".

Come ha saputo dell’incidente?

"Mi hanno chiamato i vigili di Medicina dicendomi che era successo un grave incidente che aveva coinvolto mia figlia. Ho sperato fino all’ultimo che non fosse successo quello che in realtà è successo. Non posso credere che mia figlia non ci sia più, non riesco a darmi pace. Quella maledetta strada me l’ha portata via, sono cose che non devono succedere".

Si spieghi.

"Ci deve essere una maggiore sicurezza sulle strade per chi si muove in bici. Quello che è capitato a Francesca non deve succedere. Lei era molto attenta, si muoveva in bicicletta o in motorino, ma sempre con cautela. Spesso aveva paura anche a prendere la metropolitana, motivo per cui decideva di spostarsi con i suoi mezzi. C’è bisogno di intervenire per quanto riguarda la sicurezza, i genitori non possono e non devono perdere i figli così presto".

Francesca amava la natura, i viaggi e la scrittura.

"Sì, anni fa si era trasferita in Svezia perché aveva una grande passione per le lingue scandinave, poi è rimasta là a lavorare prima di fare ritorno in Italia e trasferirsi a Milano. Amava viaggiare, stare a contatto con le persone, conoscerle. Francesca era una persona buona, altruista, aveva sempre una parola bella per tutti".

Nonostante la lontananza, dato che Francesca si era trasferita prima all’estero e poi a Milano, eravate molto legate.

"Sì tantissimo, mia figlia era legatissima a noi. Tante volte mi chiamava dicendomi: ’Mamma lo sai che se hai bisogno io ci sono sempre per te’. Il nostro era un legame libero, tutti i giorni mi mandava un messaggio per farmi sapere che stava bene. Arrivava con il treno e si fermava qua a Medicina per qualche giorno, con il suo amato cane, Maya, una Golden anziana che è cresciuta insieme a lei. In casa ci sono ancora tutte le sue cose, libri, vestiti, il letto intatto".

Viaggiavate molto insieme?

"Quando riuscivamo sì. Francesca amava la nostra casa in montagna, a Stolvizza di Resia, in provincia di Udine. Mio marito è originario del Friuli Venezia Giulia. Le piaceva tantissimo tornarci. Da quando era diventata grande, ci andava spesso con gli amici. Passavano intere giornate immersi nella natura, campeggiando con una tenda vicino al fiume. Francesca amava vivere a contatto con questi paesaggi, la facevano sentire bene, libera. Ed così che voglio ricordarla, per sempre".

Chiara Caravelli

Zoe Pederzini

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