Fois: "Raimondi insegnava a essere curiosi"

Lo scrittore sabato a Vidiciatico nella giornata dedicata allo studioso nei cent’anni dalla nascita. Interventi anche di Guccini e Montroni

Fois: "Raimondi insegnava a essere curiosi"

Fois: "Raimondi insegnava a essere curiosi"

È stato il suo professore nel lontano anno accademico 1980. Lui, Marcello Fois, era appena arrivato a Bologna da Sassari con l’intenzione di cambiare l’indirizzo di studi dopo aver frequentato in Sardegna il primo anno di Medicina. Il professore, Ezio Raimondi, stava fondando in ateneo quell’Istituto di italianistica che, sul modello francese, voleva investire sul versante scientifico piuttosto che su quello storicistico. "Noi studenti ci sentivamo un po’ pionieri – racconta Fois –. Lì ho conosciuto Carlo Lucarelli ma anche gente che poi è arrivata ai vertici dell’università". Lo scrittore terrà sabato mattina al teatro La Pergola di Vidiciatico la relazione introduttiva dell’incontro che il paese natale dedica al grande italianista, in occasione del decennale della morte e del centenario della nascita. L’appuntamento si intitola I cento anni del lettore e prevede gli interventi di Francesco Guccini, Marco Bazzocchi, Mauro Felicori, Gabriella Fenocchio, Giacomo Marcacci, Loredana Baldo e Romano Montroni. "Non ricostruirò la sua figura accademica – anticipa lo scrittore – ma racconterò cosa ha significato il professore per me e come lui ha influenzato il mio percorso. Del resto più che un’occasione celebrativa questa mi sembra una riunione affettiva".

Cosa l’ha colpita di più nella figura carismatica di questo studioso?

"Il fatto che non si sia mai risparmiato nell’esporre le sue idee. Partiva da alcune premesse per inserirsi in aree complesse, costruire bibliografie, sperimentare collegamenti imprevedibili. Sapeva generare un patrimonio e creare le commistioni fra le cose che sostenevano quel patrimonio. Ha indicato un salto di qualità in un mondo a parte come quello della letteratura. Ci ha insegnato che bisogna essere curiosi verso ogni cosa perché ogni cosa serve".

Come è maturato negli anni il legame fra voi?

"Ci univa il fatto di appartenere a generazioni alle quali gli studi hanno salvato la vita. Venivamo entrambi da famiglie povere che conoscevano l’importanza dell’istruzione. Si rammaricava del fatto che io non avessi seguito la carriera universitaria per questioni economiche e mi aveva aiutato a entrare all’Archiginnasio. E poi c’era l’amore comune per i libri. Il suo studio, a casa e all’università, era il luogo dei libri".

L’eredità di Raimondi si rispecchia in una scuola?

"Certo, ha allevato una generazione che in alcuni casi ha raccolto il suo testimone. La mia passione per l’insegnamento deriva da lui, anche se nel mio caso la sua influenza ha riguardato più l’intellettuale che lo scrittore. Amava molto i giovani ma quella platea di studenti ora è sparita. Il mondo cambia e la passione per il vocabolario è andata scemando".

Bologna ha avuto nel secondo Novecento personalità come Longhi, Gnudi, Raimondi, solo per citarne alcune. Ora l’epoca dei grandi maestri è finita?

"L’empireo non c’è più perché sono cambiate le esigenze e i punti di vista. Ma soprattutto è cambiato quel principio di autorevolezza che sul versante dell’istruzione andrebbe invece ricostruito. La mancanza di autorità ha cancellato, ad esempio, in buona parte la critica letteraria, visto che nessun parere viene più riconosciuto. Questo Paese ha bisogno di produrre persone qualificate che restino qui a lavorare. Servono le competenze. Come quelle di Raimondi che era germanista, storico dell’arte e del teatro, italianista, critico, saggista... studioso".

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