Il tempo, l’eterna bellezza e la sofferenza

Domani in San Domenico Giorgio Gualdrini presenta il suo ’Trittico delle cose ultime’ dove accosta Grunewald, Holbein e Raffaello

Il tempo, l’eterna bellezza e la sofferenza

Il tempo, l’eterna bellezza e la sofferenza

La ‘Crocefissione’ di Matthias Grunewald costituisce uno dei pannelli centrali dell’altare di Isenheim, dipinta fra il 1512 e il 1516, è custodita nel museo d’Unterlinden di Colmar ed esprime in modo crudo l’orrore dell’agonia di Gesù. Il ‘Corpo di Cristo morto nella tomba’ è invece stato raffigurato da Hans Holbein il Giovane nel 1521, è visitabile nel Kundtmuseum di Basilea e ritrae, in omaggio a un certo gusto macabro dell’epoca, il corpo di Cristo (disteso, emaciato, con gli occhi semiaperti) prima della resurrezione. Pare certo che Holbein bambino sia stato condotto dal padre a Isenheim a osservare la Crocefissione. ‘Madonna Sistina’ di Raffaello, databile fra il 1513 e il 1514, è conservato nella Gemaldegalerie di Dresda ed è considerato, anche per la complessità concettuale e simbolica celata dietro a un’apparente semplicità, uno dei massimi capolavori dell’arte occidentale. Non a caso è stato il dipinto forse più famoso al mondo fino al 1911, l’anno in cui il furto dal Louvre consacrò l’enorme popolarità della Gioconda leonardesca. Cosa lega queste tre opere, al di là del periodo? "La contiguità tematica", risponde Giorgio Gualdrini che ha unito l’analisi di questi capisaldi in un elegante volume edito da Pazzini e intitolato ‘Trittico delle cose ultime’. "Perché – aggiunge – i dipinti, pur così diversi, si collocano in quella linea che sta fra la vita e la morte, fra il tempo e l’eterno".

Il libro viene presentato domani alle 17 in San Domenico dall’autore in dialogo con monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vicepresidente Cei, che ne ha curato anche la prefazione parlando di "poema della bellezza sofferente". In collegamento dalla Cina interverrà lo storico dell’arte Edoardo Villata. Gualdrini, architetto faentino impegnato soprattutto in interventi di restauro, è da sempre appassionato del rapporto che lega l’arte alla filosofia.

Come è nato questo libro? "L’idea mi è venuta una decina di anni fa, studiando in Russia le icone di Andrej Rublev e di Teofane il Greco per confrontarle con l’arte occidentale. Ho cominciato a girare a lungo in Europa e mi sono concentrato sullo studio di queste tre opere fra loro assai diverse. Quelle di Grunewald e Holbein possono essere considerate estreme nella manifestazione dell’orrore e del supplizio. In ‘Madonna Sistina’, al contrario, dilaga la bellezza ma, come rileva anche Schopenhauer, i volti manifestano apprensione perché vedono il supplizio della Croce e la sofferenza nel mondo. E comunque la temperie culturale è quella, sono gli anni che porteranno alla riforma luterana".

Perché si parla di tre icone della modernità?

"Perché queste opere sono state accostate in epoca moderna a diversi artisti. Non c’è dubbio che certi disegni di Picasso risentano di Grunewald, un pittore che ha interessato anche Giovanni Testori, scrittore sensibile alla tensione fra carne e spirito. Dostoevskij ha citato ‘Corpo di Cristo morto nella tomba’ più volte nel suo romanzo ‘L’idiota’. Il quadro di Raffaello, è stato poi da sempre oggetto di attenzione. Tolstoj, pur essendo critico, possedeva dipinti con particolari della ‘Madonna Sistina’, Mark Twain aveva addirittura una riproduzione del quadro in casa. Poi cito il cinema, quello di Bergman e di Tarkovskij".

Il libro contiene anche un curioso riferimento al film di Zurlini ‘La prima notte di quiete’. Perché?

"Nel film il protagonista, Alain Delon, illustra la ‘Madonna del Parto’ di Piero della Francesca, a cui Raffaello fa riferimento molto esplicito. ‘Madonna Sistina’ è stato ‘letto’ nei modi più disparati, da Andy Wharol a Vasilij Grossman, che vide il quadro nel ‘55 al museo Puskin".

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