La rete dei pusher. Capi-telefonisti e ’cavalli’. Così la cocaina arrivava a studenti e professionisti

Nell’ordinanza del giudice Buttelli i ruoli e il linguaggio in codice per le dosi "Scusa, hai due minuti?". Le consegne avvenivano in bici o addirittura in taxi. Agguato a uno spacciatore rivale, l’intercettazione: "Lo ammazzo con il coltello". .

La rete dei pusher. Capi-telefonisti e ’cavalli’. Così la cocaina arrivava a studenti e professionisti

La rete dei pusher. Capi-telefonisti e ’cavalli’. Così la cocaina arrivava a studenti e professionisti

"Scusa, hai due minuti?". Dalle intercettazioni contenute nell’ordinanza firmata dalla gip Nadia Buttelli, emerge il meccanismo con cui spacciatori e acquirenti si accordavano sulla quantità di droga per poi preparare la cessione. Una rete ben consolidata con gruppi di massimo tre-quattro persone, un centralinista e i vari ‘cavallini’, cioè gli spacciatori al dettaglio.

Secondo le ricostruzioni della polizia, erano almeno un centinaio le cessioni al giorno. Nella maggior parte dei casi, la quantità di cocaina venduta era mezzo grammo, per un valore sul mercato di circa 40 euro. In altre occasioni, invece, i prezzi e le quantità salivano a due grammi e mezzo di coca, venduti per 270 euro.

Lo schema dietro allo spaccio era chiaro e funzionava grazie a una precisa distinzione dei ruoli: il centralinista, considerata la persona a capo del gruppo, chiamava direttamente l’acquirente per raccogliere l’ordine e in molti casi anche i riscontri dei clienti sulla qualità della droga, dopodiché smistava i vari ‘cavallini’ per strada. I corrieri, a quel punto, si presentavano all’appuntamento in bici o addirittura in taxi e poi davano conto al capo dell’avvenuta consegna.

Un sistema organizzato che vedeva la presenza di circa sei gruppi attivi nelle varie piazze di spaccio, composti tutti da pusher di origine marocchina tra i 20 e i 30 anni irregolari sul territorio (i più giovani venivano usati come fattorini della droga, mentre i più grandi gestivano lo smercio).

Gruppi che agivano sia collaborando che attraverso metodi violenti, come nel caso dell’accoltellamento del 20 febbraio di due anni fa in via Segantini, zona Borgo Panigale. In quell’occasione, un ragazzo marocchino venne colpito con un fendente al polmone da un suo connazionale. All’arrivo degli agenti, il giovane fornì una versione diversa rispetto a quella accertata in seguito nel tentativo di depistare le indagini.

Gli uomini della Mobile hanno infatti ricostruito che quell’aggressione era frutto di una spedizione punitiva, un regolamento di conti tra spacciatori appartenenti a due gruppi rivali attivi nel quartiere. "Io non parlo, io l’ammazzo con il coltello", è l’intercettazione che ha permesso agli investigatori di arrestare l’aggressore (in seguito si è dimostrata la sua appartenenza alla banda sgomitata ieri) con le accuse di lesioni gravi e aggravate.

Tornando alle cessioni di cocaina e hashish, un altro dato rilevante riguarda la clientela, con il giro di spaccio che toccava diversi ambienti della società: tra gli acquirenti, infatti, non c’erano solo consumatori abituali di sostanze stupefacenti, ma anche studenti, impiegati e professionisti. Dunque, la cocaina e l’hashish arrivavano anche alla cosiddetta Bologna bene, non solo alle persone ai margini. Anche perché la banda riusciva a garantire uno spaccio capillare e organizzatissimo.

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