La rete del terrore. Da Bruxelles a Bologna. Caccia ai complici del killer dei tifosi

Diciotto perquisizioni nel capoluogo, a Ferrara e nelle Marche. Nel mirino alcuni tunisini che frequentavano l’attentatore del 16 ottobre. Prima di Belgio-Svezia uccise due turisti seminando il panico.

La rete del terrore. Da Bruxelles a Bologna. Caccia ai complici del killer dei tifosi

La rete del terrore. Da Bruxelles a Bologna. Caccia ai complici del killer dei tifosi

Frequentavano online l’attentatore di Bruxelles. E come lui erano iscritti a gruppi social chiusi con contenuti tipici degli ambienti dell’estremismo di matrice islamica. È questa doppia ‘affinità’ che ha attirato l’attenzione della Dda di Bologna su diciotto tunisini - residenti tra il capoluogo emiliano, Brescia, Como, Fermo, Ferrara, Lecco, Macerata, Teramo, Palermo, Perugia, Roma, Torino, Trento e Udine. Oggetto, ieri, di un provvedimento di perquisizione (a Bologna per due operai 40enni), disposto nell’ambito dell’inchiesta, per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, coordinata dal procuratore capo Amato e dal sostituto Stefano Dambruoso. Un’indagine che al momento non ha indagati. Ma che punta a scavare tra i contatti mantenuti in Italia da Abdessalem Lassoued, il quarantacinquenne tunisino che, il 16 ottobre scorso, aveva freddato a colpi di kalashnikov due tifosi svedesi a Bruxelles. L’uomo, rintracciato e ucciso la mattina successiva dalla polizia belga, aveva passato alcuni anni della sua vita in Italia. Dove era sbarcato, come clandestino, a Lampedusa nel 2011, mentre la Tunisia era agitata dalla ‘primavera araba’.

Un percorso che lo aveva portato da Sfax alla Sicilia e poi verso il Nord Europa, sempre ricacciato verso l’Italia sulla scia dei patti di Dublino. Migrazioni in cerca di identità e riscatto, segnate però profondamente da odio e violenza. Lassoued, con un passato remoto da piccolo delinquente, aveva fatto il salto di qualità criminale nel suo Paese, improvvisandosi scafista. Una volta in Europa, era arrivata la vocazione religiosa. Che lo aveva spinto a immolarsi come martire - ma prima ancora come sanguinario assassino - della jihad.

Gli accertamenti odierni, affidati a Digos e Ros, sono tesi a capire la natura dei legami intessuti nel nostro Paese da Lassoued e mantenuti anche dopo il trasferimento in Belgio. Il punto, per gli inquirenti, è capire se queste persone avessero anche intrapreso lo stesso percorso di radicalizzazione del killer di Bruxelles o se la loro conoscenza fosse solo casuale, legata a motivi non penalmente rilevanti. Oltre ai diciotto perquisiti ieri, altre posizioni sono al vaglio. Alcuni stranieri irregolari, che pure condividevano l’amicizia social con Lassoued, sono stati già espulsi dall’Italia.

L’inchiesta della Dda è stata aperta all’indomani dell’attentato, avviata con la collaborazione della polizia belga e degli organismi di Europol, proprio allo scopo di verificare eventuali ramificazioni in Italia che potrebbero aver sostenuto la folle azione del quarantacinquenne. Era stata infatti proprio la Digos di Bologna, nel 2016, a segnalare per prima Lassoued come un soggetto radicalizzato e socialmente pericoloso. I servizi italiani avevano comunicato subito queste informazioni anche alle polizie all’estero, compresa quella belga. Da Bruxelles non si erano però curati troppo dell’avvertimento: era il periodo degli attentati, arrivavano migliaia di segnalazioni simili ogni giorno, come aveva ammesso, all’indomani della strage di Place Sainctelette lo stesso ministro della Giustizia belga, Vincent Van Quickenborne. Lassoued è rimasto così invisibile. Libero di covare, fino all’estrema determinazione, il suo folle odio.

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