La sorella della vittima: "Voglio solo la verità"

Anna Maria: "Magari si scoprisse che fu una morte naturale; temo non sia così"

Una deposizione lunga e accorata quella di Anna Maria Linsalata, parte civile al processo contro suo cognato, il medico Giampaolo Amato, accusato di avere ucciso sua madre e sua sorella, somministrando loro un cocktail letale di farmaci a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, nell’ottobre del 2021.

"Mai pensavo che sarebbe successo quanto pare sia successo. Quando Isabella mi manifestò le sue preoccupazioni (sul fatto che il marito le ’drogasse’ le tisane che le preparava aggiungendoci delle benzodiazepine, ndr), mi chiese di tacere, per amore dei suoi figli. Rispettai il suo volere. Dopo l’esame delle urine che confermava la presenza di benzodiazepine nel suo organismo, mi feci però promettere che sarebbe stata molto attenta: se beveva le tisane che le offriva mio cognato, vigilava su come le preparava. Infatti non è più stata male".

Ma tra il maggio 2019, data dell’esame delle urine e del recupero della bottiglia di vino che Anna Maria sospettava che il cognato avesse corrotto con delle benzodiazepine – cui difatti risultò positiva, agli esami dei carabinieri nel 2022 –, e la morte di Isabella, due anni dopo, perché nessuno tra la sorella e le amiche che conoscevano la situazione fece qualcosa? "Io temevo per l’incolumità di Isabella – prosegue Anna Maria –, ma pensavo a un rischio indiretto, per esempio che facesse un incidente in auto a causa degli effetti del farmaco. Non immaginavo una morte diretta". Se tornasse indietro farebbe una scelta diversa? "Col senno di poi è difficile dire se farei la stessa cosa".

In aula, ieri Anna Maria ha ascoltato seria le parole di Giampaolo Amato, che si è proclamato a gran voce innocente. "Non commento la sua scelta di parlare. Ma io voglio solo che emerga la verità. Magari mi avessero detto che quelle morti non furono omicidi: ci avrebbe tolto un peso dal cuore pensare che fossero state coincidenze terribili, ma non volute da nessuno. Invece, le indagini hanno portato ad altro. E io temo e credo che la verità stia da questa parte, non da quella di mio cognato".

Non la pensano così i figli di Amato e Linsalata, che non si sono costituiti parti civili al processo e hanno raffreddato i rapporti con la zia, cui prima erano molto legati, spiega lei stessa alla Corte. "Sono forse il loro capro espiatorio. Hanno perso la madre, la nonna cui erano molto legati e ora rischiano di perdere il padre: è dura, li capisco. Per loro però io ci sarò sempre, la mia porta resta aperta. Penso che la verità farà bene anche a loro, per guarire. Del resto proprio per questo avevamo iniziato insieme questo percorso. Non potevo prevedere il risultato delle analisi della bottiglia di vino che avevo conservato". Bottiglia rimasta in un angolo della cucina per tre anni, dopo che Anna Maria trovò la sorella in uno stato quasi di semi-incoscienza, dopo una cena in casa col marito, e questa le aveva riferito: "Mi ha dato un vino molto amaro". Perciò Anna Maria aveva recuperato la bottiglia dall’immondizia, già sciacquata, e se l’era portata a casa. Conservandola finché i carabinieri non l’hanno analizzata, dopo la morte di Isabella. Ora, è una delle prove chiave dell’accusa contro Amato: le benzodiazepine che conteneva sono le stesse che paiono avere ucciso Isabella e Giulia.

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