Le maglie (larghe) della giustizia. Sette giorni fa tentò uno stupro. Né cella né espulsione: è già libero

Il giovane somalo aveva aggredito e palpeggiato una ragazza a Bologna ed era stato arrestato. Ma la pm lo ha scarcerato. E il tribunale di Milano non ha convalidato il trasferimento in un Cpr.

Le maglie (larghe) della giustizia. Sette giorni fa tentò uno stupro. Né cella né espulsione: è già libero

Le maglie (larghe) della giustizia. Sette giorni fa tentò uno stupro. Né cella né espulsione: è già libero

Appena una settimana fa era stato arrestato in flagranza dalla polizia per violenza sessuale. Adesso, dopo un giro rapidissimo al carcere della Dozza e una permanenza altrettanto breve nel Centro per il rimpatrio di Milano, il ventenne somalo, un richiedente asilo, malgrado la gravità del reato di cui è accusato, è di nuovo a piede libero. Per spiegare come questo sia potuto accadere, in particolare se calato nel contesto di una città come Bologna, seconda in Italia per il numero di denunce relative a reati sessuali, va fatto un passo indietro.

Bisogna tornare alla sera del 6 febbraio, quando il giovane straniero viene arrestato dagli agenti del commissariato Due Torri San Francesco per aver violentato, in una stradina della zona universitaria alle 21,30, una trentenne. Aggredita alle spalle mentre rincasava e palpeggiata con violenza nelle parti intime. Solo le urla della vittima e l’intervento di un’altra ragazza – che si era anche presa un calcio – avevano messo in fuga il ventenne. Entrambe le donne, poi, lo avevano indicato ai poliziotti e riconosciuto senza dubbio. Lui, quindi, da via Belle Arti era finito direttamente, in arresto in flagranza, in una cella della Dozza, in attesa di convalida. Poche ore dopo, però, la pm titolare del caso, Michela Guidi, con una scelta piuttosto irrituale in casi gravi come una violenza sessuale, ne aveva disposto l’immediata scarcerazione, in base all’articolo 121. Motivando la decisione per il fatto che gli agenti erano arrivati in via Bertoloni dopo l’aggressione, quando già il ventenne si era allontanato – dunque senza più il presupposto della flagranza – e che lo avevano identificato come l’autore della violenza basandosi ‘solo’ sulla testimonianza della vittima e dell’altra ragazza. Avrebbe pesato poi sulla decisione la mancanza di tracce evidenti del reato addosso all’arrestato. Tuttavia, l’uomo, stando al racconto della vittima, difficilmente avrebbe potuto avere tracce (biologiche o no) della violenza addosso, perché, come ricostruito dalla trentenne, non si era trattato (e per fortuna) di uno stupro consumato.

Dopo la scarcerazione, il questore di Bologna Antonio Sbordone aveva quindi disposto, nei confronti dell’indagato, il trasferimento in un Cpr, dove sarebbe rimasto fino alla valutazione della sua richiesta di asilo e, se rigettata, nel tempo di un’eventuale espulsione: una facoltà introdotta, per i richiedenti protezione, dal decreto Cutro. Applicabile, però, solo accertando la pericolosità sociale del destinatario del provvedimento. E proprio qui qualcosa non è andato: il tribunale di Milano non ha convalidato il provvedimento del questore, perché impossibilitato a valutare la pericolosità del somalo. Infatti, la scelta della pm bolognese di rimettere in libertà l’arrestato lo ha sottratto all’udienza di convalida e, di conseguenza, alla valutazione della sua pericolosità sociale. Illegittimo, dunque, trattenerlo nel Cpr. E ora è di nuovo libero. Anche di reiterare le azioni terribili che gli sono contestate.

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro