Operaio precipitò dal tetto, la sentenza della Cassazione: "Processo d’appello da rifare"

In primo grado erano state condannate quattro persone, ma poi il verdetto era stato annullato. I Supremi giudici hanno accolto il ricorso della vedova del lavoratore, assistita dall’avvocato Bordoni

Una foto dell’operaio Lefter Sulaj, morto sul lavoro, insieme alla moglie Lindita

Una foto dell’operaio Lefter Sulaj, morto sul lavoro, insieme alla moglie Lindita.

Bologna, 30 marzo 2024 – Il processo di appello, per omicidio colposo in relazione alla morte dell’operaio Lefter Sulaj, si rifarà. E si ripartirà, dunque, dalle quattro condanne stabilite in primo grado per gli imputati Franco Pilato, Samuele Talarico, Raniero Salvatore e Antonio Nisticò. Lo ha stabilito la Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Gabriele Bordoni, che rappresenta la vedova della vittima, Lindita Sulaj, oltre che dal procuratore generale Silvia Marzocchi.

L’avvocato si era opposto alla sentenza di appello, con cui era stato disposto l’annullamento della sentenza di primo grado. Una decisione motivata dal fatto che, nel procedimento, sarebbero cambiate le contestazioni e per questo la difesa non sarebbe stata messa in condizione di opporsi alle nuove accuse mosse.

"Siamo molto soddisfatti – ha detto l’avvocato Bordoni – perché dopo otto anni la mia assistita e le sue figlie, protagoniste di questa storia tragica, hanno diritto ad arrivare all’accertamento definitivo delle responsabilità da parte di chi, con le proprie condotte, ha causato la morte del marito e del padre. Se il ricorso non fosse stato accolto, considerate anche le tre richieste di archiviazione della Procura poi respinte, si sarebbe innescato un circolo vizioso impossibile da disinnescare".

E invece, si apre ora un nuovo capitolo, teso ad accertare le responsabilità nella morte del manovale albanese di 51 anni, impegato in un cantiere in via Irnerio, che nel pomeriggio del 13 luglio 2016 precipitò attraverso un abbaino fino alla chiesa sconsacrata di Santa Dorotea. Un volo di venti metri che non lasciò scampo all’uomo.

Nel corso del processo, era stata accertata l’esistenza di una passerella, che gli operai usavano per passare da un palazzo all’altro, tesa sopra al tetto (e sopra, dunque, all’abbaino). "Se anche quelle assi quel giorno non ci fossero state – spiega Bordoni –, era evidente che i lavoratori sarebbero comunque passati da una parte all’altra attraverso la scorciatoia del tetto; almeno quella andava messa in sicurezza".

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