Strage, le motivazioni I giudici: "Licio Gelli organizzò l’attentato E Bellini era in stazione"

Così la Corte nella sentenza del processo di primo grado ai mandanti. I soldi, più che l’ideologia, il collante tra esponenti di destra di diversi gruppi. ’Condanna’ postuma per il ’sesto uomo’ Picciafuoco, assolto nel ’96.

Strage, le motivazioni  I giudici: "Licio Gelli  organizzò l’attentato  E Bellini era in stazione"

Strage, le motivazioni I giudici: "Licio Gelli organizzò l’attentato E Bellini era in stazione"

di Federica

Orlandi

Si scelse d’agire "il primo sabato di agosto, in una stazione gremita di persone in partenza per le vacanze". Una scelta emblematica, per il presidente della Corte d’Assise Francesco Caruso. Il quale, nelle motivazioni della sentenza di primo grado del processo ai mandanti della strage del 2 agosto 1980, trova altrettanto emblematica la decisione di "colpire il capoluogo emiliano, roccaforte del partito comunista, simbolo della resistenza e da sempre portatrice di valori progressisti e democratici".

Sono 1.724 le pagine con cui la Corte motiva le condanne agli imputati del processo: Paolo Bellini, il "quinto uomo" della bomba in stazione che causò 85 vittime e oltre 200 feriti, condannato all’ergastolo; Piergiorgio Segatel, l’ex capitano dei carabinieri condannato a sei anni per depistaggio; e Domenico Catracchia, l’amministratore del condominio di via Gradoli caro a Br e Nar, quattro anni per falso ai pm. Deceduto nel frattempo l’ex generale del Sisde Quintino Spella, pure accusato di depistaggio. E da anni mancano le figure ritenute mandanti e organizzatori della strage: il Venerabile Maestro della Loggia massonica P2 Licio Gelli, il suo braccio destro Umberto Ortolani, il potente capo dei servizi deviati Federico Umberto D’Amato e il direttore del settimanale ’Il Borghese’ Mario Tedeschi, "nei confronti dei quali il quadro indiziario è talmente corposo da giustificare l’assunzione di uno scenario politico". Il contribuito di Gelli, per la Corte, trova "precisa ed eclatante prova nel ’Documento Bologna’", in cui emerge anche la figura di D’Amato a "riferimento in ambito atlantico ed europeo" di una "sorta di servizio segreto occulto". Il ’Documento Bologna’ è quel foglietto ripiegato trovato nel portacarte di Gelli quando questi fu arrestato nel 1982, la cui natura non fu mai chiarita dal vertice della P2. Da quello, gli inquirenti della Procura generale risalirono a erogazioni di milioni di dollari a D’Amato e Tedeschi. Denaro che per l’accusa era destinato a foraggiare le strategie di depistaggio sulla strage.

"Ma perché Gelli avrebbe dovuto rischiare gravi condanne per aiutare tre terroristi apparentemente isolati? E come poterono loro compiere un attentato di simili proporzioni, senza supporto organizzativo, logistico, economico né protezioni?". Per la Corte, a tutto sta dietro, ancora una volta, il denaro. Fu quello a unire il "mercenario del crimine" Bellini, dedito a "obbedienza militare, assoluto riserbo, profitto economico" e "individui più interessati" ai soldi "che agli ideali nazional-rivoluzionari", in cui include anche Sergio Picciafuoco, inserendo anche "seri dubbi sulla coerenza ideologica di Fioravanti e compagni". Se però dal conto ’Bologna’ tra il 20 e il 30 luglio fu versato un milione di dollari in contanti come "rimborso di un’anticipazione di cui è traccia in A.M.C. (parte del ’Documento’, ndr), manca "la prova diretta" su "a chi siano state date le somme precipitosamente consegnate da Gelli a Ceruti" subito prima della strage. La Procura generale ritenne che il denaro fosse stato consegnato a mano a Mambro e Fioravanti a Roma, negli ultimi giorni di luglio. Forse dallo stesso D’Amato.

E Bellini? "Si deve necessariamente partire dalla constatazione della prova granitica della presenza di Bellini il 2 agosto 1980 alla stazione". Prova granitica sarebbe il filmato amatoriale super 8 girato dal turista tedesco Harald Polzer, nel quale, pochi minuti dopo lo scoppio delle 10.25, viene immortalato un uomo con i baffi che cammina sul binario 1. Quell’uomo è stato riconosciuto come "l’imputato, in termini di certezza, da parte di Maurizia Bonini (ex moglie di Bellini, ndr) all’udienza del 21 luglio 2021", ricorda la Corte. Fu sempre la ex moglie, nella stessa udienza, a demolire anche "l’alibi che all’epoca permise di scagionare Bellini, affermando che la mattina del 2 agosto questi arrivò a Rimini non alle 9, ma molto più tardi, verso l’ora di pranzo", dopo essere andato a prendere la nipotina per portarla in vacanza a Tonale con la famiglia.

Movente della strage, per la Corte architettata senza ombra di dubbio da Gelli, sarebbe stato il "profondo sentimento antidemocratico" del piduista, fondato sull’"opinione di dovere contenere l’espansione del comunismo e sul convincimento di dovere utilizzare tutti i mezzi, anche i più subdoli, per conseguire i propri obiettivi". Tra cui compiere "operazioni armate per destabilizzare l’ordinamento democratico e terrorizzare la popolazione civile" secondo "strategie atlantiche di prevenzione dell’espansione del comunismo in Europa, con l’impiego della controguerriglia psicologica di stragi e provocazioni".

Sentimenti che trovavano facilmente eco nei "gruppi eversivi di estrema destra". Unendo pure gruppi "di diverse correnti" come i Nar di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti e l’Avanguardia nazionale di Paolo Bellini che per giunta "probabilmente non si conoscevano tra loro". Per di più, il presidente Caruso ritiene che con loro e con Luigi Ciavardini, di Terza posizione, ci fosse almeno un’altra persona: Sergio Picciafuoco, morto un anno fa. Il quale nel 1996 fu assolto per insufficienza di prove dalla stessa accusa. Ecco quindi la "manovalanza eversiva" guidata da un "organismo filoatlantico". Un legame tenuto insieme, è la ricostruzione, dai soldi molto più che dall’ideologia politica.

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