CLAUDIO CUMANI
Cronaca

"Tutankhamun, il faraone che incanta ancora"

Oggi al San Filippo Neri il celebre egittologo Christian Greco presenta il libro sulla scoperta archeologica più famosa del secolo

"Tutankhamun,  il faraone che incanta ancora"

"Tutankhamun, il faraone che incanta ancora"

Ma esiste davvero la maledizione di Tutankhamun? Furono colpiti sul serio i partecipanti alla spedizione di Howard Carter, quella che portò alla scoperta della tomba del faraone, in quanto responsabili della violazione di un luogo sacro? Christian Greco, egittologo di fama internazionale e dal 2014 direttore del Museo egizio di Torino, sorride: "È una leggenda che va sfatata tant’è che Carter morì a 65 anni e la moglie di lord Carnarvon, finanziatore della spedizione, visse fino a 92. E’ solo un modo per ricamare su una scoperta intrigante e affascinante che alza il velo su un’epoca storica di transizione".

Lo straordinario ritrovamento datato 1922 ha di fatto garantito al giovane faraone una seconda vita come simbolo dell’intera civiltà egizia: all’interno della tomba furono ritrovati infatti ben seimila oggetti preziosi, dalla celebre maschera d’oro al carro cerimoniale, che influirono nel tempo sull’immaginario collettivo. Alla straordinaria scoperta archeologica Greco ha dedicato un corposo volume, ricco anche di una significativa documentazione fotografica, intitolato ‘Alla ricerca di Tutankhamun’ (Franco Cosimo Panini editore). Il volume viene presentato oggi alle 18,30 all’oratorio San Filippo Neri e l’incontro è moderato da Daniela Picchi, responsabile della sezione egizia del nostro museo Archeologico.

Direttore, perché Tutankhamun è diventato personaggio popolare?

"Perché è sempre stato percepito come una figura contemporanea e non antica. Nel 1922 era appena finita la prima guerra mondiale e molti giovani soldati non erano più tornati alle loro case. Il fatto di ritrovare le spoglie di un diciottenne circondato da un tesoro nascosto in una tomba dimenticata ebbe un effetto incredibile sulle fantasie più recondite della gente. Quella scoperta stava quasi a significare la vittoria sulla caducità dell’esistenza e i limiti della morte. In Inghilterra la gente aspettava sul ‘Times’ con ansia i dispacci di aggiornamento dall’Egitto".

Proprio al British di Londra si tenne nel ‘72 una celebre esposizione di tesori egizi. Fu in quella occasione che Elisabetta II si fece fotografare accanto a Tutankhamun?

"Sì, e l’immagine fu di nuovo pubblicata alla scomparsa della regina nel 2022. Quella è stata la più grande mostra di tutti i tempi, con le gente accampata in tenda attorno al museo e pronta a fare file di giorni. Del resto il fatto di poter essere a contatto con una civiltà millenaria ha sempre affascinato anche grandi pensatori greci come Platone".

Perché gli oggetti ritrovati hanno tanto effetto sulla nostra fantasia?

"È necessario ragionare attorno al mito che abbiamo dell’archeologia. Pensiamo a quella tomba nascosta dalle baracche degli operai che lavorano al sepolcro di Ramesse VI e di cui la sabbia svela all’improvviso un gradino... E poi ai corridoi in pietra, alla porta murata, alla tomba intatta del sovrano... Bisogna sfatare però la sindrome di Tuthankhamun: l’archeologia non è fatta da avventurieri che trovano i tesori nascosti ma rappresenta un lavoro rigoroso e programmato. Non costruisce ma decostruisce".

Sono state commesse ingenuità nel recupero?

"Parliamo di pratiche di cento anni fa che ora non sarebbero pensabili. Nessuno decapiterebbe più una testa o dissezionerebbe una mummia, viste le tante indagini ora possibili a partire dalla tac. L’archeologia è legata a un forte codice etico nel trattare i resti".

L’Egitto è l’unica civiltà in cui tutto era divino. È la bellezza dell’arte a colpirci?

"Da sempre l’Egitto è visto come la terra dei sapienti. La sua antichità è conservata in materiali scritti come i rotoli di papiro e la sua cultura è materiale visto che dentro ai templi si può entrare. Il fatto che le sabbie del deserto abbiano conservato le testimonianze ci fa immaginare una civiltà che ha saputo sfondare i limiti del tempo per arrivare fino a noi".

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