Effe, Alibegovic ritorna a casa "Sono qui per dare una mano"

Terzo atto per Teo in biancoblù, dopo le esperienze del 1992 e del 2006: sarà il vicepresidente

Effe, Alibegovic ritorna a casa  "Sono qui per dare una mano"
Effe, Alibegovic ritorna a casa "Sono qui per dare una mano"

di Filippo Mazzoni

Il ritorno del Salvato. Teo Alibegovic torna per la terza volta in Fortitudo, società che ha sempre amato e che, con vesti diverse, lo ha visto da protagonista. Nel 1992 da giocatore salvò la Effe dalla retrocessione e l’anno dopo la portò in A, poi tornò nel 2006 come gm e portò la squadra fino alla finale scudetto persa con Treviso, adesso ritorna per la terza volta, in veste di vicepresidente, pronto a dare la sua esperienza tecnica, manageriale a 360 gradi come braccio destro del presidente Stefano Tedeschi. Nel giorno delle sue prime dichiarazioni ufficiali Teo III si siede proprio tra Tedeschi e Matteo Gentilini chiarendo i motivi, di cuore, che lo hanno spinto. "La vita è un cerchio, torno 31 anni dopo; ero stato una veloce meteora per 1 anno ma questo è il vero ritorno e ritrovo tanti amici. Qui sono a casa mia".

Per lei la Fortitudo è un’emozione che si porta sempre nel cuore.

"Ho sentito subito un’energia positiva dentro e capito che in questo progetto valeva la pena di coinvolgersi di più. Gentilini e Tedeschi non pensavano a loro ma al bene della Fortitudo".

Cosa vi siete detti ?

"Massima trasparenza, anche se c’è qualcosa di brutto da dirci dobbiamo farlo, perché è facile essere amici quando tutto va bene, meno quando devi attraversare un fiume e il ponte non c’è".

Il suo ruolo quale sarà?

"Sono da 42 anni nel basket e sono qui per dare qualche consiglio, ho fatto tutto tranne il custode. Se Stefano (Tedeschi) non può essere, ci sarò io, se Matteo (Gentilini) ha bisogno di me col Consorzio, io ci sarò. La Fortitudo è una famiglia, con le sue divergenze, come ogni famiglia, ma non faremo mai figli e figliastri".

Cosa ne pensa della squadra? "Non la conosco molto bene, ma conosco i due veterani. Anche in passato quando mi fu chiesto di Aradori, io dissi sempre che l’avrei tenuto, così come Fantinelli; poi gli stranieri sono una certezza, Panni e Sergio sono veterani e sanno cosa devono fare, gli altri sono una speranza".

Le polemiche sulle passate gestioni?

"Non ero critico delle gestioni, ma degli episodi. Uno non può essere seduto su 2 sedie, e lì c’erano conflitti di interesse. Come società stiamo parlando di tutto, non abbiamo la bacchetta magica, sappiamo che sarà un percorso duro, ma questo gruppo è più forte dell’altro".

Come giudica la scelta dei 2 stranieri sotto canestro?

"Caja ha fatto la miglior scelta, avendo Aradori, Fantinelli e altri con punti nelle mani sul perimetro. Così abbiamo due lunghi atletici e abbiamo ritrovato la dimensione verticale".

Ha pensato se portare suo figlio Amar alla Fortitudo?

"Come padre voglio stare più vicino ai miei figli, l’anno scorso avrò fatto 150mila chilometri per andare a vederli tutti e 3. Per Amar bisogna chiedere a lui. Denis e Mirza li mandai alla Fortitudo, ma era quella la "Fortitudo Budrio" e poi si rivelò che non era la vera Fortitudo, era solo un inizio".

Lunedì è stato emozionante anche per lei vedere tanto pubblico a salutare la squadra.

"Il primo giorno di Fortitudo per la mia famiglia è come una religione. L’anno scorso c’erano pochi tifosi forse qualche centinaio, lunedì erano tantissimi (circa 600 i presenti, ndr). Mi piacerebbe vedere la prima giornata un PalaDozza tutto esaurito, ricostruendo l’amalgama che era mancata con la nostra gente".

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