La grande abbondanza. Thiago ha due squadre. L’ora delle scelte difficili

A parte Soumaoro, tutti a disposizione: tante soluzioni, ma anche tanti dubbi. Dalla porta all’attacco, Motta tiene tutti sulle spine. E c’è un Castro che scalpita.

Thiago ha due squadre. L’ora delle scelte difficili

Thiago ha due squadre. L’ora delle scelte difficili

Santiago Castro, oggi, sarà l’ultima pedina a unirsi al gruppo: e con lui il totale salirà a 26. Ventisei rossoblù, tutti abili e arruolabili già da domenica con l’Atalanta, che nei tre mesi di campionato che restano dovranno difendere con le unghie e con i denti un quarto da posto da sogno o, nella peggiore delle ipotesi, tenersi stretta l’altra Europa. E’ la prossima sfida di Motta: conservare la Grande Bellezza gestendo al meglio la Grande Abbondanza. Sono cose che in un ambiente scaramantico come quello del calcio si possono solo sussurrare e che è già una provocazione mettere nero su bianco: sai mai che gli dei del pallone non se ne abbiano a male e tornino a riempire l’infermeria. Oggi invece, eccezion fatta per il lungodegente Soumaoro, l’infermeria rossoblù è deserta come il bagnasciuga di Rimini a novembre. Alla volta di Bergamo sabato si partirà con una rosa che scoppia di soluzioni, con zero infortunati, zero squalificati e due soli diffidati: Calafiori e Saelemaekers. In teoria è lo scenario che auspica qualsiasi allenatore: ma non Thiago, allergico per sua stessa ammissione alla rosa larga.

"Adesso siamo in tanti e non è una cosa che mi piace", ha detto una settimana fa. E non certo perché gli manchi la capacità di fare sempre le scelte giuste: prova ne sia il fatto che chiunque metta piede in questo Bologna lascia il segno. Il problema è che, numeri alla mano, a Bergamo per battezzarne undici Motta dovrà scontentarne quindici. E quello dell’esclusione è un dolore che Thiago non vorrebbe mai infliggere ai suoi ragazzi, specie a quelli che in settimana lavorano alacremente per ribaltare le gerarchie. Oggi, ovunque si giri, Thiago non ha che l’imbarazzo della scelta. A cominciare dai pali, dove a luglio nessuno poteva ipotizzare una sorta di pari dignità, ammesso che non si voglia parlare di sano dualismo, per Skorupski e Ravaglia. Eppure è quello che è successo. In difesa è arcinoto che i centrali di ruolo siano ogni volta tre - Beukema, Calafiori e Lucumì - per due maglie. E che i pur strategici De Silvestri e Lykogiannis, utilissimi nei ritagli finali di partita, oggi debbano sistematicamente lasciare il passo ai ritrovati Posch e Kristiansen. A centrocampo l’inamovibilità di Freuler e Ferguson, unita all’esplosione di Fabbian, ha reso meno indispensabile perfino un fedelissimo come Aebischer e ‘cannibalizzato’ Moro, che da sette gare va in panchina (e nelle ultime tre c’è rimasto). Per non parlare dell’attacco, dove il pieno recupero di Ndoye e Karlsson adesso insidia le titolarità, spesso precarie, di Orsolini e Saelemaekers, e dove Zirkzee ha trovato una valida alternativa in Odgaard. In questo mare magnum di soluzioni, che ha sommerso più Corazza che Urbanski, i due colpi di gennaio da complessivi 16 milioni, ovvero Castro e Ilic, per ora possono fare solo scuola guida. Beata o maledetta abbondanza?

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