L’appello di Mattarella e Gimbo. Se l’avversario sono i social

Il signore con i capelli bianchi conosce meglio di chiunque altro il significato della parola pressione: fa il Presidente della Repubblica suo malgrado, gli è toccato vigilare su politici di ogni colore e spessore, e infatti voleva ritirarsi a fare il nonno. E allora se Sergio Mattarella, ricevendo ieri i campioni azzurri dell’atletica e del pentathlon, ha colto al volo l’assist del cestista mancato Gimbo Tamberi, forse è il caso di ascoltarlo. "Gli atleti non sono delle macchine da competizione, sono persone umane, donne e uomini che si impegnano manifestando la possibilità di avanzare costantemente nei limiti delle possibilità", ha detto il Presidente di tutti. Gimbo poco prima aveva invocato regole per i social: "sono diventati un problema, non lo dico io. Serve un supporto per chi soffre il fatto di voler piacere a tutti i costi, passa 365 giorni a performare e poi ha paura di essere criticato". Qualcuno ora tirerà fuori l’obiezione più scontata: con quello che guadagnano, certi sportivi devono sopportare in silenzio, soffre di più chi lavora in miniera, e via banalizzando. Ma a parte che non abbiamo mai visto nessuno diventare impermeabile alle critiche vestendo il cappotto dei milioni, il punto è un altro. Se si stanno moltiplicando i casi di campioni che denunciano attacchi di panico o si fermano schiacciati dalla pressione, qualcosa vorrà pure dire, no? Gli stessi che ora osannano il Sinner di turno, saranno critici feroci domani.

E questo sarebbe sport?

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