Da esorcista a prete dell’ospedale: "Dono assistenza ai malati in corsia"

Fiorenzo Castorri, che praticava la liberazione dal demonio a Sarsina, ora è cappellano al Bufalini .

"Sono coi più poveri dei poveri. E sono felice di esserci". Don Fiorenzo Castorri è passato dal coprire il ruolo di esorcista a Sarsina a quello di cappellano dell’ospedale Bufalini. Ora vive in un piccolissimo appartamento ricavato all’interno del nosocomio, a due passi dalla chiesa interna alla struttura dedicando le sue giornate ai pazienti ricoverati. "Quando hai a che fare con la malattia e la morte – spiega – molte prospettive cambiano. Vale per chi si trova qui in degenza, ma anche per me. Non è facile, come non era facile il mio incarico precedente, ma ho un asso nella manica: la preghiera. Alla mattina mi sveglio molto presto e dalle 6 alle 7 sono in chiesa, in adorazione. E’ il mio modo di ricaricare le batterie, dopo di che inizio la visita nei reparti, sereno".

I reparti, appunto. Sono 21, come una piccola città con tutti i suoi abitanti, credenti e non. Don Fiorenzo ha organizzato le visite secondo una tabella scritta a mano, con caselle, nomi sottolineati e scritte evidenziate. "Non vado da solo. Ho formato un gruppo di 16 ‘ministri della comunione’ che comprendono diaconi e sanitari. Ci dividiamo gli orari e i luoghi per fornire assistenza spirituale nel modo più capillare possibile. Nell’arco di una settimana, tutte le settimane, riusciamo a entrare in ogni stanza. Con alcune dovute precisazioni. I reparti Covid sono una mia ‘esclusiva’. Anche se ora il virus fa molta meno paura rispetto al passato, è giusto che sia io ad andare, che non sono sposato e non ho figli. Sono nelle mani del Signore. Per questo aspetto come per tutti gli altri. Lo stesso vale, per ragioni diverse, per la terapia intensiva: spesso ci si trova davanti a malati gravi, fronteggiando situazioni non semplici. Una manciata di giorni fa ho pregato insieme alla moglie di un uomo al quale stavano per staccare le macchine che lo tenevano in vita".

Davanti a chi soffre, don Fiorenzo parla di fede: "Mi affido a Gesù e alla Madonna. C’è chi apprezza, chi chiede di non essere disturbato. L’ospedale è uno spaccato del mondo. Prego per tutti e a tutti auguro, di cuore, di poter tornare a casa il prima possibile. Ma mi rendo anche conto che confrontarsi con una persona malata non è semplice. Anche per questo dallo scorso anno ho avviato una serie di incontri che potrei definire formativi, ai quali partecipano sempre diverse decine di persone e durante i quali ci confrontiamo con specialisti di vari reparti, per trovare i giusti approcci relazionali con i diversi tipi di malati. Esperienze forti, ma molto formative".

La chiesetta dell’ospedale è sempre aperta. E sempre frequentata. "Celebro la messa ogni giorno alle 7, il sabato e la domenica alle 17. Nei fine settimana le funzioni sono sempre molto partecipate, non tanto dai pazienti dell’ospedale, ma da chi viene da fuori e trova comodo l’orario. Prego e confesso. Confesso tanto. Dipende dalla condizione di fragilità nella quale si trova chi frequenta questi luoghi? Magari in parte, ma non solo. Spesso mi trovo davanti a gente che non si confessava da venti o trent’anni, e che magari porta nel cuore pesi importanti. All’inizio sono titubanti, ma io li tranquillizzo con un sorriso. ‘Vieni, ci mettiamo due minuti’. ‘Come due minuti? Per trent’anni?’ Li prendo in contropiede e so di avere ragione: la differenza non la fa il peccato, ma la Misericordia di Dio".