Fullin, campionessa fuori e dentro il campo: "Il segreto? Mai fermarsi davanti a niente"

Una carriera stellare, la sua, che include la Hall of Fame. La team manager della Nuova Virtus: "Da giovane giocavo anche con la febbre"

Fullin, campionessa fuori e dentro il campo: "Il segreto? Mai fermarsi davanti a niente"

Fullin, campionessa fuori e dentro il campo: "Il segreto? Mai fermarsi davanti a niente"

Nessun atleta italiano, in qualunque campo, maschile o femminile, ha vinto più di lei. Mara Fullin, insignita nella Hall of Fame della pallacanestro, ha alzato al cielo 15 scudetti, 7 Coppe Campioni, 4 Coppe Italia, una Supercup e una coppa del mondiale per club. Ha disputato 199 partite in nazionale segnando 2.296 punti, ha partecipato a due Olimpiadi a Barcellona e Atlanta, a un mondiale e a cinque Europei. È stata anche due volte bronzo continentale con le categorie Cadette e Juniores. È stata assistente allenatore e team director della Nazionale. Oggi è team manager - e preziosissima risorsa - della Nuova Virtus Cesena. Puoi metterla come ti pare, puoi glissare o puoi scrollare le spalle. Ma in sua presenza, se al centro del campo o del discorso c’è un pallone da basket, prima di fare qualsiasi altra cosa, sarebbe buona educazione togliersi il cappello.

Fullin, come ha fatto?

"Il talento aiuta, certo. Ma c’è molto altro. La determinazione, la costanza, la passione, la voglia di non fermarsi davanti al primo, al secondo o a qualsiasi ostacolo che ti si pari davanti. Non ho mai cercato scuse, ho trovato soluzioni".

È nata a Venezia, città alla quale è legatissima.

"Avevo 8 anni e mezzo, mettevo le scarpette da ginnastica e prendevo il vaporetto per andare a giocare. All’aperto, qualsiasi fossero le condizioni climatiche, con la ‘Laetitia’. Mia sorella maggiore era con me. Ora non c’è più, ci ha lasciato all’improvviso, troppo presto. Tante cose che ho fatto e che ho vinto sono per lei".

Perché il basket?

"Andiamo… A Venezia c’è la Reyer. A Venezia tutti sognano di diventare grandi sotto a un canestro".

Dunque il campetto.

"Non ricordo quante volte, da ragazzina come in tutto il resto della carriera, ho giocato con la febbre o con qualche altro acciacco. Ero un’eroina? No, semplicemente non era un problema. Quando ci ripenso però, c’è un ricordo che arriva prima di tutti gli altri: mia madre quando mi vedeva provata, seduta in panchina durante una sostituzione, al freddo e febbricitante, arrivava alle mie spalle e mi appoggiava sulla schiena il suo cappotto. Così recuperavo e rientravo in campo".

Ha visto crescere tante giovani atlete.

"A volte passo per severa. No, non è quello. Cerco di aiutare tutte a crescere e a migliorare. A insegnare come si sta dentro una palestra, ad avere rispetto e ad accettare i consigli delle persone giuste, detti non per criticare, ma suggerire una strada migliore. Riguarda il basket, ma anche tutto il resto".

Lei tra Vicenza e Como, Ivana Donadel, ora sua ‘collega’ alla Nuova Virtus, a Cesena.

"In campo gioco duro, niente sconti, mai. Era sempre una battaglia. Fuori, tanto rispetto (credo reciproco) per un’atleta e una donna che ha sempre messo l’anima in quello che faceva. Abbiamo giocato insieme con la nazionale over 55 agli Europei di Malaga, un’esperienza bellissima".

Che dice della Virtus?

"Prima squadra in B, settore giovanile in crescita, staff valido. Si lavora per crescere e lo si può fare. Serve però anche il territorio, quella Cesena che mi ha adottata e nella quale mi sento a casa".

È pure maestra di nordic walking.

"È venuto per caso, nel 2005 durante un raduno con la nazionale. Cercavo un modo per tenermi in forma e quello mi ha conquistata. Alla Nuova Virtus ho creato un settore florido e molto attivo. Sono così, mi piace precorrere i tempi… Mi piace avere obiettivi da raggiungere. E mi piace raggiungerli. Soprattutto quando sono difficili".