Editoriale

Associazione a delinquere e il bis dei pm

Un fiume carsico, come i corsi d’acqua e le evaporiti dei nostri territori ora patrimonio Unesco. Il mondo anarco-insurrezionalista continua a emergere, affondare e nuovamente riaffiorare nelle aule di tribunale, ma le partite giudiziarie si giocano (ancora una volta) attorno a una vecchia sfida: contestare sì o no l’associazione a delinquere, oltre ai singoli reati?

Riuscirà questa volta la Procura a far rimanere in piedi in tribunale il reato associativo che, va da sé, peggiora drasticamente la posizione degli imputati, spesso i soliti noti pluriindagati e magari anche pluriassolti? La mente torna a Fuoriluogo, il circolo anarchico chiuso in via San Vitale a Bologna nel 2011 dopo una lunga scia di reati. In quel caso, la Procura scelse una strada a doppio binario: contestare da una parte singoli reati-fine (i reati di piazza e i raid); separare dal resto l’associazione a delinquere nei confronti di anarchici e anarchiche nemmeno di primo pelo.

Risultato: "Inconsistente". Una sola parola, utilizzata dalla Corte d’appello, per demolire la tesi dei pm. Le motivazioni non lasciavano spazio a ricorsi, perché in quasi due anni di intercettazioni, avevano scritto i giudici, "non è mai stata colta nessuna pianificazione di imprese criminali". Le conversazioni intercettate "hanno ad oggetto la ricerca di una strategia capace di diffondere l’ideologia anarchica, ma non contengono la benché minima traccia di progettazione criminosa. La programmazione di manifestazioni di protesta, anche accesa e dura, nella quale la degenerazione in forme di violenza può essere prevedibile, non equivale ad un progetto criminoso di ampia portata".

Vediamo come andrà in questo nuovo procedimento, riacceso dalla fiamma del caso Cospito. Ma è evidente che le fattispecie vadano aggiornate: perché tra prescrizione e cavilli, si rischia solo l’impunità, figuriamoci la certezza della pena.