Editoriale

C'erano una volta i 'biassanot'

C'è un allarme sicurezza che riguarda le nostre città. La politica ha tentato di ignorarlo per un po' e ovviamente le cose sono peggiorate, come sempre accade quando i problemi – per quieto vivere, per convenienza, per ideologia – vengono negati. Ma negare l'evidenza non porta bene. E l'evidenza è che sono aumentati i reati commessi da giovani e giovanissimi, in gran parte stranieri. In parallelo è esplosa la polemica tra sindaci e governo. I primi invocano più polizia e perfino l'esercito (quando la richiesta arriva da sinistra fa una certa impressione), ma allo stesso tempo si battono – salvo rare eccezioni, vedi Ferrara – contro nuove strutture di accoglienza o espulsione. Il secondo punta sui Cpr (centri per il rimpatrio) e tenta di affibbiare ad altri (l'Albania) la patata bollente. Nel frattempo cresce la paura. La settimana scorsa il sindaco di Bologna Lepore ha premiato Giulia Leone, 28 anni, per avere sventato lo stupro in pieno centro di una coetanea a opera di due quindicenni tunisini. Giulia ha detto una frase a cui ormai siamo assuefatti ma che invece dovrebbe fare gelare il sangue: “Ragazze, siate sorelle l'una dell'altra e non uscite sole di notte”. Nessuno ha obiettato nulla perché, purtroppo, non c'è nulla da obiettare. Nella Bologna in cui siamo cresciuti, quella dei 'biassanot' di Francesco Guccini, la gente non aveva paura di stare per strada a qualsiasi ora. Serve più polizia? Forse sì. Ma servono – e qui tocca ai sindaci – anche più vigili urbani, perché l'ordine pubblico comincia dal decoro e dal rispetto delle regole. E in ogni caso serve uno sforzo comune per trovare risposte strutturali. Ad esempio proprio al problema dei giovani stranieri. Migliaia di ragazzi vagano per le strade come zombi e tanti di loro finiscono per commettere reati. Detto che uno stato sovrano che non riesce a controllare i propri confini non è più uno stato sovrano (ma qui si aprirebbe un altro discorso), bisogna pure aggiungere che in Italia l'accoglienza è solo uno slogan. Nelle more della risposta alla domanda d'asilo o a quella di un impiego, chi arriva nel nostro Paese dovrebbe essere gestito, non abbandonato a se stesso. Per cominciare dovrebbe fare corsi di italiano e lavori socialmente utili. Ma questo tipo di accoglienza comporta fatica, coraggio, programmazione, nuove leggi, visione di lungo periodo, tenacia e soldi. È molto più comodo agitare bandierine e riempirsi la bocca di parole vuote.