Editoriale

Stare lì

“Gli avevano dato al massimo 72 ore di vita dopo l'incidente. Noi famigliari ci siamo sentiti in dovere di curarlo al meglio. Siamo anche stati sostenuti dalla speranza che si compisse un miracolo. La sua era una vita, non una non vita. Rifaremmo tutto daccapo. Non abbiamo mai avuto un'assistenza pubblica adeguata. Non c'è un vero servizio per questi malati. Noi ci siamo sempre e soltanto dovuti arrangiare. Quando per qualche crisi venivano a prenderlo col 118, dovevamo rispiegare tutto daccapo. Se da un lato c'è il libero arbitrio, dall'altro ci deve essere un sistema che garantisca i livelli adeguati di assistenza: ma non è così. Per avere un materasso antidecubito di ricambio abbiamo atteso 3 mesi, dopo 72 ore dal suo decesso sono venuti a ritirarlo. Se sei lasciato solo, è più facile decidere di farla finita. Magari vuoi farla finita anche perché ti senti un peso per i tuoi famigliari”.

Sono frasi estrapolate da un'intervista rilasciata dal padre e dal figlio di Alessandro Guarnieri, morto a 54 anni qualche settimana fa, in Veneto, dopo 37 anni prima di coma e poi stato di minima coscienza: un recordman in Italia.

Ecco, immergete queste parole dei signori Guarnieri nei dibattiti etici e politici di oggi, della Regione Emilia-Romagna che ha costruito una piccola-grande macchina da guerra, mettendo in piedi anche un Comitato di 22 mini scienziati per disegnare la road map del suicidio medicalmente assistito, che potrà avvenire in 42 giorni.

Si corre per il 'sia fatta la tua volontà' di chi a un certo punto non ce la fa più e desidera morire; si va piano, piano, piano quando invece c'è da sostituire un materasso da decubito. E sono migliaia le persone che aspettano materassi da decubito e devono rispiegare tutto daccapo al 118 quando arriva una crisi. Ogni santa volta.

C'è chi corre e chi sta lì, a fianco per decenni di chi ha bisogno di tutto e di tutti. Non dimentichiamoci, per favore, dell'immensa dignità di chi sta lì.