Editoriale

Un tesoro chiamato turismo

Lo scorso anno l’Emilia-Romagna ha registrato 61,8 milioni di presenze turistiche, in salita dell’1,9% rispetto al 2022 e dell’1,8% sul 2019, dodici mesi che furono da record. La Riviera fa la parte del leone: vale il 68,9% delle presenze. Poi seguono città d’arte e d’affari e infine la montagna. Sono segnali sicuramente ottimi che riportano la situazione ai livelli pre pandemia e che soprattutto indicano che il turismo è sempre più uno dei tesori, se non il tesoro, della regione. Nonostante le alluvioni e la situazione internazionale non certo tranquilla, insomma, i dati hanno più che tenuto e quindi il settore andrebbe sempre più valorizzato. I problemi sul tappeto restano sempre gli stessi, a partire da infrastrutture sicuramente da rinnovare, come strade e ferrovie. Raggiungere la Riviera in auto o in treno, ad esempio, non è semplice durante i pienoni di luglio e agosto e comunque le maggiori porte d’accesso dall’estero, come l’aeroporto di Bologna, sono ancora collegate non semplicemente con la spiaggia. A questo si aggiungono strutture ricettive che hanno bisogno di un pesante rinnovamento, in particolare sulla costa. Andrebbero, infine, valorizzate maggiormente le città d’arte che sembrano spesso andare da sole e non offrire tutte insieme un pacchetto di attrazioni unico al mondo, dai mosaici di Ravenna ai portici e alle torri di Bologna, all’atmosfera felliniana di Rimini. Le potenzialità sono enormi e sfruttate solo di recente. La Regione, per bocca del presidente Stefano Bonaccini, ha l’obiettivo, entro il 2030, che il turismo “raggiunga il 16% del Pil” e che “l’Emilia-Romagna si posizioni come regione turistica leader in Italia”. Tradotto: investiamo. Speriamo che sia così. Sarebbe un bene per tutto il territorio, vista anche la crisi che ha colpito altri settori strategici, come ad esempio la metalmeccanica o l’automotive.