Don Terenzio, il prete che assoldò due killer

Nel 1857 il parroco di Montelevecchie (oggi Belvedere Fogliense) voleva far fuori il suo successore. Ma non tutto andò liscio

Don Terenzio, il prete che assoldò due killer

Don Terenzio, il prete che assoldò due killer

Uguccioni

Nel settembre del 1857 il delegato apostolico di Urbino e Pesaro trasmette a vescovo di Pesaro, copia di una spontanea confessione raccolta dal tribunale straordinario attivo in Urbino contro il brigantaggio. L’ha emessa Giuseppe Solfanelli, cui è stata concessa l’impunità (cioè una forte riduzione di pena in cambio di una piena confessione); il quale Solfanelli racconta che don Terenzio, parroco di Montelevecchie (oggi Belvedere Fogliense), lo ha incaricato di uccidere con due complici il suo predecessore, al quale doveva una pensione.

Nello Stato pontificio le cause di "misto foro", che coinvolgono laici e preti, competono al tribunale ecclesiastico. La pratica è dunque stralciata e inviata al vescovo di Pesaro. L’impunitario Solfanelli ha raccontato che mentre si aggira nelle campagne fra Cappone e Talacchio in attesa del buon esito di certe lettere minatorie, una sera con due colleghi, tutti armati di schioppo, arrivano in una casa colonica; lì dormono e restano nascosti discorrendo di furti vari. A sera vengono informati che il reverendo vorrebbe far loro una proposta, così vengono accompagnati alla casa del parroco nel castello di Montelevecchie. A dire il vero sono incerti se fidarsi, ma il colono li tranquillizza: "Non dubitate, è un prete che balla".

Il parroco li fa entrare in una stanza al pianterreno e, esauriti i convenevoli, spiega loro che vuole far uccidere don Francesco Nardi, suo predecessore nella parrocchia, che ora abita "verso il paese Tomba (oggi Tavullia), lontano da Montelevecchie alcune ore di cammino", a causa di una pensione annuale di 45 scudi che gli deve versare; a tal fine ha incaricato alcuni di riferirgli dove va a dir messa il prete in questione, così i tre potranno appostarsi e ucciderlo per strada. Offre per compenso una o due annualità della pensione. I malviventi accettano e in attesa del momento opportuno restano in canonica.

In realtà l’omicidio non si compie. Si perdono troppi giorni, a volte per il sopraggiungere di preti forestieri i briganti devono lasciare la canonica e tornare dal colono; finalmente si scopre dove il prete Nardi dirà messa ma la guida non si presenta: don Terenzio spedisce allora i briganti dal contadino perché li accompagni egli stesso a Tomba ma il colono – è l’ultima domenica di carnevale – è a ballare fino all’alba da un vicino. A quel punto don Terenzio deve ricevere un predicatore per l’imminente quaresima ed è costretto ad allontanare i tre. Così il progetto sfuma.

Il vescovo di Pesaro affida subito il caso al vicario generale, il canonico Paolo Spinucci, che conduce l’indagine con abilità e grande competenza. Dagli atti di curia risulta che al rettore di Montelevecchie è stato da poco ingiunto "formale precetto d’astenersi dall’accedere alle bettole, di giuocare pubblicamente, di non ammettere in casa persone di cattiva fama", ecc. Il rettore viene convocato: la procedura non prevede che gli si dica per cosa, anzi gli viene chiesto se sappia perché è stato precettato: "Non so né immagino la causa". Il vicario procede con abilità, verifica ogni indizio, chiama decine di testimoni e intanto detiene il parroco presso il convento dei Cappuccini. Il parroco si difende, ma il vicario ne smonta ogni reticenza. Infine don Terenzio viene identificato dall’accusatore "inter similes" (è una sorta di riconoscimento "all’americana") e solo allora – siamo ormai a dicembre 1857 – gli vengono elencate le prove raccolte e contestate le accuse che gli si muovono. Dopo qualche mese un tribunale ecclesiastico di Pesaro (presieduto da mons. Vincenzo Reggiani, preposto della cattedrale) si riunisce nella sala delle udienze del palazzo vescovile: don Terenzio è condannato a dieci anni, da scontarsi nella casa correzionale per gli ecclesiastici nell’ergastolo di Corneto nel Viterbese (oggi Tarquinia).