Caso Elvezia, a Pesaro l’hotel polveriera. I residenti: "Abbiamo paura"

Dopo il fatto del nigeriano, rimonta la protesta: "Accoglienza sì, ma in campagna". E c’è chi prende anche il cane da difesa

Un nigeriano qualche giorno fa ha devastato l’hotel Elvezia e ha colpito con le pietre uno dei due titolari dell’albergo, Andrea Verde,qui davanti all’ingresso della sua struttura

Un nigeriano qualche giorno fa ha devastato l’hotel Elvezia e ha colpito con le pietre uno dei due titolari dell’albergo, Andrea Verde,qui davanti all’ingresso della sua struttura

Pesaro, 21 agosto 2023 – Una “polveriera”. Tra i residenti c’è anche chi lo definisce così. Parliamo dell’Elvezia, l’albergo in viale Fiume, porta d’accesso al salotto marino della città. Struttura che, da anni, i titolari hanno deciso di aprire anche all’accoglienza di extracomunitari e persone senza alloggio mandati dal Comune o altri enti. Ma spesso hanno trovato rifugio anche soggetti difficilmente gestibili. Che hanno tenuto comportamenti definiti “incivili”. Fino a sfociare, in alcuni casi, in atti di violenza che hanno reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Una presenza, quella delle divise, a dire il vero, frequente. E il tutto ha finito per rendere difficile, se non impossibile a detta di diversi, la convivenza tra i residenti e l’Elvezia, nella sua dimensione di struttura d’accoglienza. Il caso che ha fatto riesplodere la protesta è di qualche giorno fa. Quello di un nigeriano arrestato per avere spaccato la vetrata dell’ingresso dell’hotel e colpito con le pietre uno dei due titolari, Andrea Verde. Oltre a spogliarsi e restare in mutande sul marciapiede mentre i carabinieri lo invitavano a salire sulla gazzella, prima che si sfogasse anche su quella a calci. E questo perché si è sentito rifiutare la richiesta surreale di 1.500 euro, 5 donne nigeriane, uno chef nigeriano personale.

E la “paura” è il sentimento che unisce i residenti, vicini di casa dell’Elvezia. Ma anche il Nimby- pensiero. Ovvero “non nel mio cortile“. Che tradotto nel caso: "Siamo a favore dell’accoglienza, ma non qui, in zona mare. Devono portarli in una struttura fuori dalla città".

"In campagna – è la soluzione proposta da Monica Rossi, dirimpettaia dell’hotel – Non è possibile andare avanti in questo modo. Almeno non devono ospitare i casi più difficili. Perché io ho paura". E spiega: "Lavoro per un’impresa di pulizie, esco tutte le mattine alle 5 e mezza. E mi guardo alle spalle. Spesso abbiamo avuto a che fare con ospiti che stanno tutto il giorno sul terrazzo della loro camera, con la musica a tutto volume. Abbiamo chiesto di abbassare ma ci hanno risposto male. Gettano cose sulla strada. Ho trovato siringhe per terra. Ho visto passaggi di droga sotto l’hotel. Ultimamente non è più successo. Il mio vicino, Alessandro Tomassini, ha anche scritto una lettera al Comune. Ha due figlie e a loro alcuni ospiti si sono rivolti con parole sconce. Insomma, queste persone disagiate devono essere accolte in un posto dove non danno fastidio".

La pensa così anche Sonia, che abita in una palazzina poco distante: "Ogni tanto qui succede qualcosa. Non c’è pace. Bisogna stare attenti. E’ vero, non sono tutti così, alcuni sono bravi. Ma molti no. Io per paura che mi arrivi qualcosa sulla testa, non passo più neppure sotto l’Elvezia, ma attraverso la strada. Mi è capitato di vedere ragazzi che vomitano vicino agli alberi della via, che fanno casino. Ho preso anche un cane per stare tranquilla. Fino ad ora non mi è accaduto nulla, ma ho due figli. E se mia figlia dovesse essere infastidita? Non aspetterei di chiamare i carabinieri". C’è anche il risvolto economico della situazione: "Si è svalutata anche la via. Una mia vicina è un anno che cerca di vendere. La soluzione? Accogliamoli, ma lontano da qui". Nimby, appunto.