I novant’anni del ’Dongio’. Cristo Re festeggia il sacerdote-coraggio che sfidò il Covid

Don Giovanni Paolini finì anche sulla prima pagina del New York Times "Riuscii a benedire le salme dei fedeli nonostante le restrizioni ferree. Non dimenticherò mai quei giorni. Furono peggio dell’ultima guerra".

I novant’anni del ’Dongio’. Cristo Re festeggia il sacerdote-coraggio che sfidò il  Covid

Un’immagine emblematica di don Giovanni: eccolo al portone di Cristo Re

’San Giovanni’. ’Dongio’ per gli amici. ’Santo’ per i suoi eterei movimenti, il timbro soave, l’andatura da maratoneta di Dio, non di scatto ma di progressivo cammino spedito verso la sua missione. Alzi la mano chi non lo vede così. Don Giovanni Paolini, da Urbania, sembra sempre lui. Sopracciglioni folti e scuri, occhi vivi, come ai tempi di quando la sua 127 blu (a metano) la vedevi sbucare sul viale della Vittoria, davanti alla parrocchia. Eppure il Dongio è arrivato sull’altare degli anni: novanta. Inutile ripetere la solita solfa: che festeggerà coi parrocchiani di Cristo Re, la famiglia e via dicendo. Ma assolutamente utile ricordare che la scena, da decenni a questa parte, è sempre quella: lo si vede in bici, per via Cavallotti, o in auto. Gli anni scorrono. E lui è sempre il ’Dongio’.

Don Paolini, lei santifica un’età veneranda. Anche di sacerdozio. Ma in tempi in cui, pigiando su una app del telefono, l’intelligenza artificiale può anche confessare, lei cosa pensa della sua figura? E’ passata di moda?

"Nonostante tutto, credo di no. Perché un ’don’ come lo sono io rappresenta l’importanza di rendere visibile il mistero di Cristo".

Lei ha passato sotto questo edificio arancione di Cristo Re decenni e decenni da parroco.

"Eh sì, quanti ricordi".

Quello che vorrebbe mettere come foto principale del suo album?

"Il fiorire di tanta gioventù che partecipava alla vita della chiesa".

Aprile 2020, come scordarlo...

"Sono stati anni duri, tremendi. Tutto era chiuso. Nessuno poteva muoversi. La gente finiva la vita senza una preghiera e in solitudine. In quel momento ho avuto l’occasione di essere vicino alle persone".

Lei finì, dopo un articolo del Carlino, sulla prima pagina del New York Times come esempio di ’prete coraggio’ che sfidava le restrizioni ferree del Covid pur di non lasciare sole le salme dei fedeli.

"In quel momento non potevo fare diversamente. Ricordo scene terribili".

Racconti...

"Ci fu una sepoltura di una persona, la mettevano sotto terra. Ma nessuno gli dava una benedizione. La moglie mi corse incontro al cimitero e mi pregò di darle una benedizione. Non lo dimenticherò mai".

Ma lei sapeva di essere fuori legge?

"Sì, le restrizioni erano fortissime. Ma i fedeli si erano passati la voce. Non si poteva, ma mi chiamavano. Le autorità mi vedevano e non dicevano nulla. Credo capissero il momento...".

Lei ha vissuto il bombardamento di Urbania. Il Covid è stato peggio?

"Ricordo che tiravano fuori i morti dalle macerie, ma io ero ragazzino e non avevo ancora la consapevolezza. Stavolta sì. Direi che ho vissuto il Covid peggio della guerra. Dal punto di vista emotivo, sicuro".

Acciacchi ne sente?

"Il mio medico, se fosse per me, sarebbe disoccupato. Non conosco ospedali e medicine".

Il dono più bello?

"Vivere con gioia questi novant’anni".

Ma se la ricorda la sua 127 blu?

"Come no. Era a metano". Placida e silenziosa, ma sempre al passo. ’Dongio’, per sempre.