"La festa con luci tenui e odorosa di brodo. Ai miei tempi Capodanno non era come oggi"

Lo scrittore e poeta Umberto Piersanti rievoca il clima della sua infanzia e prima gioventù in una Urbino totalmente diversa

"La festa con luci tenui e odorosa di brodo. Ai miei tempi Capodanno non era come oggi"

"La festa con luci tenui e odorosa di brodo. Ai miei tempi Capodanno non era come oggi"

Piersanti *

Il periodo delle feste era ricco di momenti diversi: la notte della vigilia si andava a messa al duomo o a san Francesco. A san Francesco c’era il più bel presepe cittadino. La vigilia era sì la visita in chiesa, ma soprattutto stare in giro a notte fonda per una Urbino con poche luci che, nell’immediato dopoguerra, faceva quasi paura a noi bambini: c’era solo qualche lucetta nelle edicole sacre, come quella per Lavagine.

Ricordo poi le passeggiate di noi bambini il giorno di Natale, in cui si andava anche al cinema (la prima volta vidi un film sullo sbarco in Normandia). Erano momenti in cui si parlava tra noi, si chiacchierava con gli amici. La preparazione dei pranzi era lunghissima: mia madre aveva uno stampo per fare tutti i cappelletti in fila. Noi piccoli cercavamo di mangiare ogni tanto qualcosa mentre si cucinava… i pranzi erano lunghissimi, talvolta c’era anche la tombola, ma più che altro si stava a parlare seduti. Nelle famiglie contadine di campagna il piatto tipico erano i taglioni in brodo, fino agli anni ’40. I cappelletti sono arrivati solo nel dopoguerra, diventando in breve tempo il piatto forte, rigorosamente col brodo di cappone. Erano il non plus ultra.

C’era tanta attenzione all’impasto, sempre con un po’ di spezie, ma ogni famiglia li faceva con piccole differenze. Come secondo, da noi non usava il tacchino: c’era il pollo ruspante; poi tanti dolcetti e il ciambellone. Dopo qualche anno, arrivò il primo dolce “compro“ rispetto a tutto il resto: il panettone. Il primo a giungere in Urbino fu il Motta, poi venne l’Alemagna. Il torrone c’era già, il panforte invece era considerato un po’ lussuoso, come i datteri. Nel periodo di vacanze, c’erano i primi compiti delle elementari da fare prima del rientro a scuola.

La neve a volte la faceva, e quando navicava c’era la cosiddetta “rotta“, ovvero dei volontari che giravano per le vie, pagati dal Comune, per spalare con la vanga e guadagnare qualcosa.

San Silvestro era poco festeggiato: ci si ritrovava la notte, qualche ora, ma era poco sentito. La festa principale per i bambini invece era la befana. Vivevamo un’attesa incredibile del dono, molto più che a Natale. Finché i bimbi erano in età per crederlo, si aspettava per ore di sentire i passi sul tetto, o davanti al camino, dove si metteva la calza. Una volta dentro ci trovai una corriera azzurra, un’altra volta una piccola motocicletta, o piccoli giocattoli, trottole. O ancora qualche dolcetto, cioccolatini e un po’ di carbone, per ricordare a tutti che nella vita c’è anche il carbone. Era una forma di educazione vera: anche nei momenti più felici, stava a significare che non tutto era concesso.

Oggi i bambini sono ricoperti di doni ma non se ne accorgono più: il dono dev’essere intenso e solitario. Un tempo erano delle feste povere, con luci e colori infinitamente minori, ma più intensi. Odorose di pino e di brodo di cappelletti.

(Fine seconda e ultima parte.

La prima puntata è uscita

il 24 dicembre)

* scrittore e poeta