L’inquietudine “da selvatico“ di Volponi era stemperata da una generosità spontanea

Il racconto del docente universitario Massimo Russo. Partito dalla Sicilia, arrivò a Urbino nel 1977 e conobbe lo scrittore da 25enne "Mi ospitò nel casolare di sua proprietà che si chiamava Schiavonia. Lì ho trascorso in gran parte la mia migliore gioventù".

L’inquietudine “da selvatico“ di Volponi era stemperata da una generosità spontanea

L’inquietudine “da selvatico“ di Volponi era stemperata da una generosità spontanea

Paolo Volponi, nato in Urbino il 6 febbraio 1924, da poeta ricordava il suo essere venuto al mondo così:

“… ore tre e quarantacinque

minuti

è nato

Paolo di Arturo e Teresa,

sano e libero, naso schiacciato.

Per il suo grande pianto

furono donati

dieci grammi d’oro

e un corallo con tre corni.

La mattina gran passaggio di tordi marinacci”.

Le catene d’oro

* * *

Ho conosciuto Paolo Volponi nel decennio 1984-1994: mi ha gratificato di una lunga e sincera amicizia. Nel Novecento culturale e politico italiano Volponi è figura d’importanza esemplare. Mi aveva preso in simpatia, concedendoci assieme ad altri amici, in testa Gualtiero, in comodato d’uso gratuito un casolare di sua proprietà: “Schiavonia”, a lungo vi ho abitato in allegra compagnia. Una splendida vista, dirimpetto a Urbino, qualche chilometro dal centro storico, su un poggio sopra l’ex “fornace Volponi”. Da decenni disabitato rischiava la decadenza. Riusciti in qualche modo a risistemarlo, ci ho trascorso in gran parte la mia “migliore gioventù”.

Volponi l’avevo incrociato per caso da Cavallotto, una libreria di Catania, frequentavo il Liceo “Gorgia“, correva l’anno 1976. Non lo conoscevo, ne ricordavo a stento il nome, quale vincitore di un premio Strega, eppure mi venne incontro. Il volto espansivo, solare e ancor più bonario emanava aria energica e visionaria. Una faccia espressiva, “giottesca” per Pasolini che l’inquadrerà nel prete confessore di Anna Magnani in “Mamma Roma”; il Volponi, si mostrò davanti a me dal retro di copertina de La macchina mondiale. Potevo immaginare che anni dopo “sor Paolo” l’avrei conosciuto di persona e mi avrebbe concesso un’amicizia sincera, carica di umanità? A Paolo Volponi devo molto, alla sua disponibilità il mio lungo soggiorno urbinate e l’avvio di un ruolo universitario. Il 1987 l’anno di svolta: scomparsa la madre, la signora Teresa, “sor Paolo” mi chiese “il favore” di recarmi a dormire in via Matteotti; non voleva lasciare sguarnita la casa di famiglia, lui assente.

Una condizione ideale: a un passo dall’Università, accudito dalla signora Gina, la governante della famiglia Volponi, che al mattino, si prendeva cura della casa e mi preparava persino la colazione. "E mi raccomando non fare entrare, non portare in casa donne di male affare…" mi apostrofò consegnandomi le chiavi di casa; ricordo di avergli risposto suscitando la sua ilarità: "…ma di buona famiglia sì". Entrato in sintonia con lui potevo permettermi lo scherzo anche impertinente, richiamandolo Volponov, alla russa.

Per lui ero il “Barone di Lentini”. A Urbino Paolo Volponi recuperava le sue radici attaccato com’era alla città ideale, alla terra urbinate e marchigiana. Girovagava e chiacchierava con gli amici: Bruno, Ercole, Picnic e lo si ritrovava nell’osteria a giocare a carte, per fronteggiare le sue “inquietudini da selvatico”. Un pomeriggio con Sandrino, un caro amico dalla barba fluente e l’aspetto nordico, stavamo per entrare “da Cecconi” e sulla soglia fummo accolti da un: "Date da bere al Barone e al Vichingo" era il Volponov, infervorato a rilanciare le carte in mano.

L’estate del 1994 fu l’ultima per Paolo Volponi sfibrato nel corpo e stremato dalla dialisi. A luglio arrivò dalla Sicilia Luigi Boggio col figlio Luca, la bellezza di “Schiavonia”, vera e propria cartolina su Urbino, li incantò. Con Luigi, dalla lunga militanza sindacale e politica, già parlamentare del Pci, riflettevamo sugli intellettuali e figure come Volponi importanti per i lavoratori e la forma partito. In altre circostanze “sor Paolo” avrebbe dialogato con noi, ma le sue condizioni non lo permettevano. Una mia ultima immagine di Volponi lo lega al Festival dell’Unità (alla Fortezza Albornoz): la voce assorta e muovendosi a fatica, il compagno Paolo intervenne con puntuali e incisive riflessioni sulle scelte urbanistiche del Comune. Tra applausi, gesti di approvazione e consenso, ancora una volta, sarebbe rimasto inascoltato.

Da amico generoso, aveva in me piena fiducia. Un giorno mi disse: "Ho lasciato sul comodino dei fogli leggili e poi ne parliamo". Era il manoscritto delle “Mosche del capitale” chiedeva a me una lettura critica, consigli, giudizi e suggerimenti per concludere un libro importante, faticoso nel racchiudere tutta una vita. Molti mi hanno detto di aver invidiato la mia amicizia con Volponi: ho solo cercato di capire e accompagnare nella sua inquietudine e fatica di vivere, con riguardo, disinteressato, senza approfittarne.

Il Volponi politico, compagno indipendente dialogava con i lavoratori, con passione. La scomparsa tragica del figlio Roberto (in un incidente aereo il 3 settembre 1989 a Cuba) l’aveva incupito, affranto dal dolore. Un mattino, contento dell’incontro, mi prese sotto braccio: "Accompagnami, vieni con me…", tirò fuori dei fogli "…andiamo… seguimi devo passare dal notaio… ho dei certificati, dei titoli: li avevo donati, regalati a mio figlio e adesso mi tocca riprenderli... ritornarne in possesso". Il disagio in Volponi era palpabile, percepibile l’inquietudine, lo smarrimento provato e trasmesso quando in piazza si guardava attorno. Invitato a bere un caffè, seduti al bar, faticavo ad accettare e ascoltarne i lunghi silenzi estranianti. Volponi rifiutava cerimoniali e ossequi: "Ma cosa fai, mi dai lei? Chiamami Paolo…!" mi disse in uno dei primi incontri. La signora Giovina gli è stata compagna di vita e sostegno amorevole, come la figlia Caterina che negli anni ne ha mantenuto vivo il ricordo e ne custodisce sapientemente la memoria.

* docente di Sociologia

del tempo libero

Università di Urbino