San Nicolò è ora privato delle sue due suore

Col trasferimento a Castel Bolognese delle ultime religiose superstiti, i beni passano ai ravennati. Mistero sul destino dell’immensa struttura

San Nicolò è ora privato delle sue due suore
San Nicolò è ora privato delle sue due suore

di Alberto Mazzacchera *

Al silenzio complice si è aggiunto il menefreghismo quando non anche la connivenza di chi poteva e doveva agire a tutela della comunità. Le ultime due suore domenicane sono state obbligate a lasciare il convento di Cagli alla chetichella, martedì 12 dicembre alle ore 7 del mattino, avendo quale grave colpa espresso l’intenzione di rimanere qui, dove le domenicane furono introdotte nel 1529 dal cardinale Cristoforo dal Monte, vescovo di Cagli, nel preesistente monastero trecentesco delle benedettine.

Avevano manifestato, in subordine, il modesto desiderio almeno di ritardare la partenza per non provocare all’anziana suor Caterina di 93 anni di età, la fatica e lo spaesamento di abbandonare la casa di una vita dedita alla preghiera. Quella casa in cui durante la seconda guerra mondiale trovò rifugio e salvezza dalle persecuzioni nazi-fasciste un cospicuo numero di ebrei. Occorre interrogarsi sul perché tanta fretta nel sopprimere il convento di Cagli che pure è economicamente autosufficiente ed anche destinatario di un finanziamento a fondo perduto al 100% per il suo restauro. È solo dato sapere che le due suore cagliesi andranno entrambe nel convento della Santissima Trinità di Castel Bolognese.

La spiegazione di tante “segrete“ manovre potrebbe essere nell’art. 72 del “Cor Orans“ (istruzioni applicative sulla vita contemplativa femminile) dove è dato leggere: "i beni del monastero soppresso, rispettate le volontà dei fondatori e donatori, seguono le monache superstiti e vanno, in proporzione, ai monasteri che le accolgono, salvo altra disposizione della Santa Sede".

Perciò avendo spedito, in forza del voto di obbedienza, entrambe le suore superstiti cagliesi a Castel Bolognese, quest’ultimo ne assorbe per l’intero tutti i beni. Ma la Presidente federale, suora anch’ella di clausura che a Cagli ama desinare in letizia nel migliore ristorante della città, da sola non poteva ottenerne la soppressione. Infatti, sempre come indicato nel “Cor Orans“ (art. 71), si ben comprende che "un monastero di monache viene soppresso unicamente dalla Santa Sede acquisito il parere del vescovo diocesano e, se pare opportuno, sentito il parere della Presidente federale". Quindi la recentissima soppressione delle scorse settimane è avvenuta con il parere favorevole del vescovo di Fano. Data la fretta con cui si è agito è lecito dubitare che non sia stato fatto tutto il dovuto per salvare il convento di Cagli, perché occorreva un margine di tempo adeguato per portare avanti un proficuo confronto con il “Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le Società di Vita Apostolica“ della Santa Sede (a cui si deve nel 2018 il “Cor Orans“), che costituisce un osservatorio universale con ben altra visione rispetto alla periferica Curia fanese. Che, in subordine, occorreva un tempo adeguato per aprire un dialogo costruttivo con il preposto ufficio CEI che affronta casi analoghi a livello nazionale. Eppure il monastero delle benedettine di San Pietro di Cagli è un chiaro esempio di come un vescovo, in questo caso monsignor Trasarti, non solo lo ha salvato dalla soppressione ma addirittura lo ha rigenerato, tant’è che oggi la comunità è composta da nove giovani suore.

Per salvare il convento di San Nicolò occorrevano tre consorelle (il “Cor Orans“ stabilisce in 5 il numero minimo) che con impegno si sarebbero certo potute trovare all’interno della Chiesa universale. Ma chi ha scelto perseguiva altri interessi, né le suore cagliesi potevano disobbedire, pena la riduzione allo stato laicale. Così, nel silenzio generale, a Castel Bolognese, della ricca Diocesi di Imola, si porta in dono tutto il patrimonio del convento della fragile Cagli che vive la sua drammatica "notte buia e assassina".

* studioso e vicesindaco

di Cagli dal 1999 al 2014