Il giorno del ricordo: "Foibe, ora serve rispetto per le vittime . Basta politicizzazione"

Il professor Raoul Pupo il 10 febbraio sarà in Sala del Tricolore "Questa ricorrenza è nata per far diventare patrimonio di tutti quella tragica vicenda, con migliaia di morti e scomparsi".

Raoul Pupo, 71 anni, è uno dei massimi esperti sul tema delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. A lungo docente di Storia Contemporanea all’Università di Trieste oggi insegna Storia della frontiera alto Adriatica. E’ stato membro della commissione mista Italo-Slovena nata con lo scopo di costruire una memoria storica condivisa e ha contribuito a scrivere le linee guida del Ministero dell’Istruzione per affrontare il tema del Giorno del Ricordo nelle scuole. Sull’argomento da essa celebrato ha scritto una decina di volumi, tra cui il noto ’Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio’, edito da Rizzoli. E sarà in Sala del Tricolore in occasione della GIornata del Ricordo.

Professor Pupo, Reggio non è una città facile per parlare di foibe…

"E quale lo è? Io vengo da Trieste, si figuri. Tuttavia non è la prima volta che ne parlo nella vostra città. E ringrazio Mirco Carrattieri (importante storico reggiano, ndr) per avermi invitato. Devo dire, più in generale, che chi ha posizioni pregiudiziali tende a boicottare queste iniziative più che a creare difficoltà".

È successo anche da noi l’anno scorso. L’opposizione ha disertato la cerimonia per via dell’intervento dello storico Tenca Montini. Lei la pensa in modo diametralmente opposto.

"Non sono una persona che giudica il lavoro degli altri".

È possibile sintetizzare il suo pensiero su quanto accadde al confine orientale d’Italia tra il 1943 e il 1945?

"Fu una strage su larga scala, che portò all’arresto di un numero variabile tra 12mila e 15mila persone. E alcune migliaia di queste non tornarono più a casa. Con un bersaglio preciso: tutti gli italiani sospettati e sottolineo, sospettati, donne e uomini, di crimini verso sloveni e croati. Fu un operazione contro tutti coloro che rappresentavano il potere italiano in tutti i settori e contro tutti quelli che si opponevano in generale al Comunismo e nello specifico all’annessione di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia".

Quindi tutti gli infoibati erano innocenti?

"È più corretto dire uccisi o scomparsi, rispetto a infoibati. E si può aggiungere che erano tutte vittime di un’ondata di repressione gestita dalla Polizia Politica che per arrestare, condannare e in molti casi uccidere aveva dei suoi elenchi, con nomi sovente frutto di mera delazione, di quelli che essa considerava fascisti o violenti".

Le responsabilità del comunismo titino sono quindi evidenti?

"Certo. Sul confine orientale avvenne la stessa cosa degli altri territori jugoslavi: stragi di grandi dimensioni come strategia di lotta per eliminare i nemici del popolo".

Quale sarà il tema del suo intervento?

"Giorno del ricordo e frontiera adriatica", il tema chiave sarà la scomparsa dell’italianità in quel lato del mare Adriatico".

Si aspetta una partecipazione trasversale?

"A me piacerebbe farmi ascoltare, e poi ascoltare e dibattere con tutti, vorrei un bel confronto".

Perché in determinate realtà parlare di foibe è complicato?

"Perché può capitare che quando ci si ragiona sopra la doverosa contestualizzazione diventa un modo per eludere il problema. Se faccio un intervento di tre quarti d’ora e per quaranta minuti cerco di contestualizzare cosa è accaduto e solo per cinque racconto le vicende, eludo, mi allontano dal tema".

Per quale ragione è un tema tuttora divisivo?

"Meno di un tempo, francamente. Lo è perché in una certa sinistra ci sono residui ideologici con frange che tuttora negano o dubitano. E perché una parte della destra, a sua volta, la usa come vicenda identitaria contro supposti cattivi che ce l’hanno con lei. Nessuna delle due posizioni però tiene conto della cosa più importante".

Che è?

"Il rispetto per le vittime. La politicizzazione non aiuta, il Giorno del Ricordo è nato per far diventare patrimonio di tutti quella tragica vicenda".

Se lei fosse un amministratore reggiano farebbe in modo di intitolare una via a Norma Cossetto?

"Dipende dalla motivazione. A volte sono strumentali. Di certo è stata una vittima di femminicidio di guerra. La più nota, ma non l’unica".