"La mia transizione grazie ad Arcigay". Il nuovo presidente Vanzini si racconta

Succede ad Alberto Nicolini, che per sette anni ha guidato l’associazione in difesa dei diritti Lgbt+ "Anche la mia famiglia ha dovuto fare un percorso per accettare ciò che sono. Ma ora hanno capito".

"La mia transizione grazie ad Arcigay". Il nuovo presidente Vanzini si racconta

"La mia transizione grazie ad Arcigay". Il nuovo presidente Vanzini si racconta

Lo attende un compito non semplice, quale successore di una figura storica del mondo Lgbt+ reggiano, Alberto Nicolini; durante il suo lungo mandato, durato sette anni, ha gestito un cambiamento quasi epocale dal punto di vista normativo e di percezione della vasta galassia Arcobaleno. Ma Jacopo Vanzini, nuovo presidente del circolo Arcigay-Gioconda, è pronto ad affrontare le sfide che lo attendono.

"Riuscire ad essere all’altezza del mio predecessore sarà dura; ma rappresenta una sfida importante per me. Tuttavia, avendo con lui e gli altri membri del direttivo da tempo una visione comune su quello che vogliamo fare in futuro, sarà più agevole gestire quanto di buono in questi anni è stato costruito".

Come si è arrivati alla sua nomina?

"Come scelta condivisa in seno al direttivo. Vengo da tre anni in cui ho ricoperto il ruolo di vicepresidente, con Alberto abbiamo collaborato su tantissimi progetti e, nella sostanza, mi ha un po’ allevato per il compito".

Il suo predecessore, Nicolini, riferendosi a lei dice: ’È una persona capace, ha un cuore davvero grande e una sensibilità diversa, per la sua storia…’. Ce la vuole raccontare?

"Sono entrato in Arcigay a gennaio 2018, come donna, con un nome e un aspetto diverso da quello che ho ora. Non avevo ancora idea di quello che fossi, ma ne avvertivo un preciso sentimento. Ma, anche se sembrano solo pochi anni, non c’era ancora il confronto quotidiano sul tema che c’è oggi. Arcigay è stata fondamentale per aiutarmi a trovare me stesso, a uscire dal mio periodo buio, a rinascere. Per questo un mio obiettivo come presidente è dare gli strumenti necessari, a ragazze e ragazzi che vivono ora ciò che io ho vissuto in passato, per capire chi sono e non sentirsi sbagliati".

Nel suo percorso di transizione la sua famiglia l’ha sostenuta?

"Hanno dovuto fare un certo cammino anche loro. Al tempo del mio primo coming-out non avevano gli strumenti per comprendere. Non c’è stata una reazione negativa, come purtroppo ancora capita, anche a Reggio, dove i figli vengono letteralmente respinti, ma è stato necessario accompagnarli per far loro capire che quanto avevo in mente di fare mi avrebbe fatto stare bene. Oggi posso dire che hanno compreso".

Sul tema dei diritti civili Reggio Emilia, in Italia, è sicuramente all’avanguardia. La presenza di Arcigay-Gioconda risulta ancora necessaria?

"Sì, perché c’è una grande differenza tra le attività delle istituzioni e il comportamento degli individui. Da un lato buona parte della politica e le associazioni lavorano per includere, la comunità cittadina in generale non ci è ostile e i reggiani sono certamente più tolleranti rispetto ad altre realtà, dall’altro esistono ancora sacche di omofobia. Riceviamo ancora numerose segnalazioni di episodi omofobi o discriminatori. Ci sono ancora casi di persone che non vengono assunte o a cui non vengono rinnovati i contratti. Ne sono stato vittima anche io. Sono andato in causa e ho avuto soddisfazione".

E riguardo alla formazione?

"Siamo disponibili, e abbiamo lavorato e lavoriamo, con i docenti che si trovano in classe alunni in transizione e appartenenti al mondo Lgbt, abbiamo fatto formazione con gli operatori ospedalieri e le forze dell’ordine".