La versione di Sesena: "Troppi morti sul lavoro. E non siamo un’isola felice per stabilità occupazionale"

Il segretario provinciale della Cgil: "Se il prossimo sindaco non sarà di centrosinistra temo possa favorire le privatizzazioni, soprattutto nel welfare: questo non agevola nessuno".

La versione di Sesena: "Troppi morti sul lavoro. E non siamo un’isola felice per stabilità occupazionale"

La versione di Sesena: "Troppi morti sul lavoro. E non siamo un’isola felice per stabilità occupazionale"

Migliari

Cristian Sesena, 49 anni di cui 26 passati a intavolare discussioni sindacali, una lunga esperienza romana e poi il ritorno alla guida della Cgil provinciale nella sua città. Una città ricca, con una Camera del Lavoro che conta più di 100mila iscritti.

Segretario, partiamo dalla cronaca. Il caso dell’Esselunga di Firenze ha riportato al centro il tema della sicurezza sul lavoro. Qui, con tanta occupazione, gli incidenti sono frequenti.

"Innanzitutto vorrei far notare che 8 contratti su 10 sono a tempo determinato in questa provincia. Noi non abbiamo un’isola felice sulla stabilità occupazionale. E se si pensa che l’anno scorso sono stati 7 i morti nel nostro territorio, si capisce che sono un’enormità. Sette tragedie famigliari. Soprattutto dove c’è un buon tessuto produttivo, c’è anche il rischio di deriva produttivista e il proliferare di appalti e subappalti".

La politica locale cosa può fare su una materia così nazionale?

"Si può avere un dialogo costante con le organizzazioni sindacali e provare a fare da collettore tra attori che spesso non si coordinano. Penso agli organi ispettivi, ma anche a quanto si potrebbe fare assieme per promuovere legalità. Sarebbe un tema da affrontare il fatto che anche le associazioni imprenditoriali si muovessero di più, si esprimessero e favorissero politiche sane".

Lei quindi vorrebbe che il prossimo sindaco chiedesse agli imprenditori di investire di più sulla sicurezza?

"La futura amministrazione dovrebbe spronare le varie Unindustria, Lapam, Confcommercio, etc., sul tema della responsabilità sociale".

Però questa terra non è fatta di imprenditori senza scrupoli. Qui, cristianesimo sociale e socialismo riformista hanno già instillato quel senso di responsabilità che dice lei.

"Sì, però stiamo parlando di fenomeni risalenti alla preistoria. Quando parlo di responsabilità sociale intendo soprattutto verso i propri dipendenti. E se non ci fosse il sindacato a discutere una redistribuzione dei profitti, non ci sarebbe certo una forma di generosità delle imprese. Poi c’è una responsabilità verso ambiente, cittadinanza, viabilità. E anche di finanziamento del welfare".

Quindi che approccio si aspetterebbe dalla futura amministrazione?

"Mi aspetterei qualcuno che stimoli un confronto tra le parti. Penso al tema della sicurezza urbana ma anche del centro storico. Si deve dire chiaramente ’abbiamo un problema, troviamo soluzioni assieme, ma sapendo che il perimetro politico è quello’".

Ci faccia un esempio.

"Penso a esperimenti che sono stati fatti, che però non hanno ottenuto i risultati aspettati. Abbiamo sottoscritto un Accordo territoriale per il tavolo provinciale per il lavoro per il clima, che però non è mai stato convocato a livello territoriale. Quella era un’occasione per sedersi uno di fronte all’altro e parlare di lavoro, anche del fenomeno tanto denunciato dalle associazioni imprenditoriali del mismatch (squilibrio tra domanda e offerta di lavoro; ndr). Servirebbe un approccio più corale".

Lei ha vissuto anche fuori Reggio. Altrove è diverso?

"A Roma ho vissuto situazioni in cui le associazioni datoriali facevano fronte comune con noi per ottenere qualcosa dalla politica. Anche sul tema delle molestie sul lavoro si fatica a creare un fronte comune".

Partiamo dalla macchia nera più evidente sul tema lavoro: Silk Faw. Di chi è la colpa?

"Su questa vicenda c’è stata una serie di corresponsabilità. Partendo dal fatto che una impresa si sia comportata come lo Zio d’America che arriva a porta denari e lavoro trasformandoci nella nuova Motor Valley, senza poi farlo. D’altra parte c’è stata una filiera, dalla Regione fino al Comune, che ha creduto in questo investimento. La Cgil è tranquilla perché assieme alla Fiom non siamo mai stati né scettici né entusiasti, ma abbiamo chiesto di vedere il piano industriale e avere chiare le reali prospettive occupazionali. Questa bolla di sapone che esplode dopo un lungo Aspettando Godot lascia una ferita, perché ha messo in luce un aspetto tipicamente nostro: una sorta di provincialismo, credere a narrazioni senza adeguati approfondimenti, cercare di sentirsi grandi dimenticandoci che la nostra grandezza è, da 80 anni, quella di essere piccoli ma capaci di grandi cose nel quotidiano".

Qual è invece il punto più luminoso del recente passato amministrativo?

"Bisogna dare lustro alla rigenerazione delle Reggiane. Quello era un posto dimenticato da Dio, che non rendeva onore a una storia importante del movimento operaio e che ha una sua valenza iconica. È stato fabbrica, motore di sviluppo, di conflitto sociale, diventando anche la macchia nera del nostro sistema d’accoglienza. Il fatto di averle rigenerate, di portarvi l’università, credo sia un’operazione molto meritoria".

Ora buona parte dei capannoni sono stati acquisiti da un fondo. Potrebbero cambiare orientamento.

"Sarebbe un tradimento rispetto a quello che è stato fatto fino ad adesso e ci opporremo con forza".

In città si parla tanto di sicurezza, in particolare in zona stazione e dintorni. Lei cosa ne pensa?

"Personalmente, io sono una persona che non lascia che la paura generi paura ulteriore. Ma che cerca di far sì che dalla paura nasca il coraggio. C’è un tema di percezione di certe zone, molto circoscritte. Bisogna agire nell’immediato dando un senso di sicurezza che non c’è: il che vuol dire vigilanza, ma non esercito. E poi bisogna cercare risposte a un disagio evidente. Bisogna rendere la città meno vulnerabile e porosa a certi fenomeni. Per esempio: noi siamo una città universitaria che però vive come una ancella di Modena. Qui gli studenti, nonostante i corsi aumentino, non vengono a vivere. Cosa succederebbe se invece venissero a vivere volentieri qui e magari rianimassero quella zona? Speriamo che il progetto Via Turri Off riesca a sfondare in quella direzione".

Altro tema discusso: la desertificazione del centro storico.

"Il nostro esagono ha un problema: bisogna ragionare sui parcheggi. Ad esempio l’operazione Park Vittoria è un Castello di Kafka. Non ha visibilmente funzionato. Poi c’è il tema degli affitti e degli immobili, con tariffe esose per i giovani che vorrebbero aprire attività in centro. Dopodiché è chiaro che se continuiamo ad aprire supermercati non potremo aiutare il centro storico. Ce ne sono fin troppi, e rischiano di essercene ancora di più".

Quali sono i progetti che lei sognerebbe veder realizzati dalla politica locale?

"Direi due cose. Innanzitutto chiamerei le aziende partecipate, da Seta a Iren, dicendo loro ’ragazzi così non va’, perché non sono aziende come le altre, perché devono stare sul mercato ricordandosi di essere in parte pubbliche. La seconda riguarda il Mercato Coperto: bisogna farci qualcosa di diverso, che può essere un mix tra cibo locale ed etnico, o una zona di aggregazione dove poter fare anche cultura sempre e per tutti. Ma ora è un estremo non-luogo. Il mercato oggi non chiede caramelle e patatine ai gusti strani, chiede di creare un’esperienza".

La Cgil si configura come un interlocutore della sfera del centrosinistra. Come vi atteggereste in caso di vittoria dell’una o dell’altra parte?

"Le nostre piattaforme non cambiano a seconda dell’interlocutore. Le domande sarebbero le stesse, temo però diverse risposte. Per esempio sono preoccupato della nonchalance con cui si sta accettando che questa città invecchi e stia invecchiando male, con una privatizzazione strisciante dei servizi alla persona. Se devi mettere un anziano in una struttura pubblica non hai molte speranze trovi posto. Il rischio è che un governo locale di destra possa favorire questa privatizzazione cavalcando quanto sta già facendo il Governo Nazionale. E questa mutazione genitica la pagherebbero i soliti noti: lavoratori e pensionati".