La visione di Carlo Baldi: "I giovani vanno all’estero. Via da una città senza idee dove decidono pochi amici"

Il commercialista, che vent’anni fa diede vista a una lista civica, guarda alle prossime elezioni "Si parla solo di nomi, non di programmi. L’evento del sindaco al Valli? Autoreferenzialità grave".

La visione di Carlo Baldi: "I giovani vanno all’estero. Via da una città senza idee dove decidono pochi amici"

La visione di Carlo Baldi: "I giovani vanno all’estero. Via da una città senza idee dove decidono pochi amici"

Il commercialista Carlo Baldi (Ghiardello, 1939) ha sempre visto lontano: parlava di Internet quando ancora nessuno in città aveva ben capito cosa fosse, credeva nello sviluppo universitario e alla fine portò l’ateneo a Reggio. Laureato in Economia a Parma, ha studiato a Parigi e Oxford. Di formazione prampoliniana, dal ’90 al ’93 è stato assessore comunale al patrimonio; giusto 20 fa formò una lista civica. Appassionato di storia e archeologia, ama passeggiare e le Cinque Terre.

Baldi, come vede la città?

"Una città non è un complesso di fabbricati e strade, Una città è uno stato d’animo, un insieme di costumi e tradizioni. Bisogna valorizzare il tessuto urbano di Reggio".

In che modo?

"Negli ultimi 50 anni, qui come altrove, abbiamo assistito a un grosso cambiamento. Nella struttura sociale. Ma anche nella tecnologia. Si sono disgregati i rapporti sociali, sono cadute le ideologie e forse anche le idee. Questo ha preparato un processo di decadenza. E allora bisogna studiare, ragionare, avere un ruolo attivo, trovare le soluzioni. Il laissez faire non può bastare".

Parliamo della gestione del centro storico?

"Reggio paga il prezzo di errori del passato, anche a livello urbanistico. La proliferazione di supermercati nella periferia ha svuotato il centro, che sarebbe il supermercato per eccellenza".

Cosa si potrebbe fare?

"In primo luogo non lasciare immobili vuoti. E il Comune e la pubblica amministrazione dovrebbero dare per primi l’esempio".

In che modo?

"Accentrando i propri uffici, oggi frazionati in punti diversi, e ristrutturando gli immobili dismessi. Penso alle ex carceri del San Tommaso, all’Opg che la Provincia aveva in animo di recuperare. Penso ai nuovi immobili vuoti che avanzano, come la Banca d’Italia. Si indebolisce la piazza davanti al Valli".

E il futuro come lo vede?

"Per innovazione, ricerca e creatività Reggio risulta essere la peggiore dell’Emilia-Romagna. Bisogna riaprire la città, confrontarsi, vedere cosa si fa altrove, in Francia, in Germania, in Olanda, in Spagna. Mi collegherei con le città europee, facendo una rete per creare un flusso di esperienze. Poi bisogna ristudiare l’urbanistica della nostra città. Si fanno interventi architettonici diversi, più o meno discutibili, senza guardare all’insieme. Non c’ è nemmeno un luogo in cui la gente possa discutere e confrontarsi. C’è in tutte le città del mondo, da noi no".

Lei vorrebbe una cittadinanza attiva.

"Una città aperta alla partecipazione, vivace. Non una città in cui c’è un gruppo di potere che cambia veste o colore e che gestisce un po’ tutto quanto".

Intanto prosegue la fuga di cervelli.

"Sì. La Regione dice che negli ultimi 5 anni 10.700 reggiani sono andati all’estero, con un aumento del 48%. La media è del 18%. Vuol dire che qualche problema c’è, che arriva il flusso degli extracomunitari mentre i nostri ragazzi vanno via".

Che spiegazione si è dato?

"Mancano centri di ricerca. Anche la politica verso l’università viene fatta a sprazzi. Servono abitazioni per studenti, alloggi, centri di cultura, di dibattito, spazi d’incontro".

Lei è stato il padre dell’Università reggiana e degli accordi con Modena. E’ andata come avrebbe voluto?

"Negli anni c’è stata una gestione debole. Reggio doveva godere di maggiore autonomia decisionale. Manca il confronto tra le città".

Parliamo di fiere: da Piacenza a Rimini, siamo l’unica città senza spazi espositivi.

"Un’operazione tragica. Avevano almeno tre fiere di grande richiamo: la suinicola, l’ornitologica, il Camer".

Hanno chiuso nell’indifferenza di tutti, imprenditori compresi.

"Gli imprenditori spesso pensano alle proprie tasche e non a quelle delle collettività che può dar vantaggio anche alle proprie".

E dell’imprenditoria reggiana cosa pensa?

"Ci sono tanti imprenditori di prima generazione che hanno già raggiunto l’età pensionabile e non c’è ricambio. La conseguenza è un’infiltrazione estera per le aziende sane. Altre andranno alla chiusura perché non c’è continuità".

Cosa dice del convegno del sindaco al teatro Valli?

"Mi è sembrato il sintomo di un’autoreferenzialità un po’ grave".

In generale, vede speranza e fiducia nel domani?

"Io parlerei più di rassegnazione".

A proposito di eventi: la festa del Tricolore?

"Molto modesta e superficiale, se davvero si vuole celebrare un periodo storico così importante, in cui 350 rivoluzionari portarono con sé 350 poveri. Andrebbero valorizzati i personaggi di allora – come Rosa Manganelli, che è un po’ la nostra Marianne – dimenticati a causa della Restaurazione. La festa del Tricolore non può ridursi a un appuntamento burocratico riservato a chi ha il potere. Qualcuno avrà visto a Parigi la celebrazione della presa della Bastiglia: la gente balla nelle vie e nei quartieri. Da noi non c’è partecipazione. E dire che l’anno 1796 è stato il padre del movimento socialista di fine ’800 e della costituzione italiana, che pesca da quella francese. Sa cosa si legge in un avviso al popolo reggiano, alla fine del 1796?".

No.

"Glielo leggo: ’scegli persone probe ed oneste, scegli persone virtuose e disinteressate. Guardati dai fanatici e dai raggiratori; guardati dai cittadini corrotti e ambiziosi’...".

Vent’anni fa lei si candidò con una lista civica. Parliamo di elezioni?

"Non so come andranno. C’è molta confusione. Noto che si parla di candidati e non di programmi".

I problemi più avvertiti restano sempre gli stessi: sicurezza e traffico.

"Per la sicurezza, cercherei di coinvolgere le famiglie dei minorenni problematici. Bisogna collegare i figli alle famiglie, confrontarsi, trovare qualche soluzione, impiegare questi giovani. Per il traffico occorrerebbe uno studio e un progetto. La città è raddoppiata dal ’900 è la viabilità non ha tenuto il passo".

A proposito di mobilità: la Mediopadana?

"Un successo per la città. Però andavano fatti parcheggi coperti, in superficie e sotterranei".

I parcheggi mancano anche in centro. Quello di piazza della Vittoria, presentato come pubblico, alla fine si è rivelato un’autorimessa privata.

"Esatto. Dovevano realizzarne un altro all’ex Caam. Ma pare che non vi siano idee. Per quello dico che la città andrebbe ristudiata, andrebbero facilitati gli accessi".

Le piace il mercato coperto?

"Una tragedia. Temo che tra non molto tempo dovremmo riparlarne. Poteva essere l’occasione per valorizzare i prodotti di questa terra. Ci vantiamo di avere prodotti di qualità ma non c’è un luogo dove si possa trovarli. Ci voleva un concorso di idee, magari internazionale. Queste cose non si decidono, come al solito, tra pochi amici".