Le famiglie dei profughi da Gaza: "Cerchiamo casa e lavoro. La nostra vita adesso è qui"

Il medico Nezar Elkhaldi, da anni nel Reggiano, ha organizzato la fuga dei propri parenti "Per poco resteranno all’Ostello della Ghiara, ma un alloggio fisso è indispensabile per ricominciare".

Le famiglie dei profughi da Gaza: "Cerchiamo casa e lavoro. La nostra vita adesso è qui"

Il medico Nezar Elkhaldi, da anni nel Reggiano, ha organizzato la fuga dei propri parenti "Per poco resteranno all’Ostello della Ghiara, ma un alloggio fisso è indispensabile per ricominciare".

"Come hai fatto? Aiutaci, per favore". Il telefono di Nezar Elkhaldi - il dottore palestinese in Italia da oltre 30 anni e che lavora come medico di base, guardia medica e vaccinatore pediatrico a Reggio Emilia- squilla da giorni. Chi ha ancora i familiari bloccati lungo la Striscia di Gaza, gli chiede come in soli 5 mesi dall’inizio del conflitto in Medio Oriente sia riuscito a mettere in salvo la sua grande famiglia, senza chinarsi a chi lucrando chiede tangenti per raggiungere la salvezza. Il 20 marzo infatti la famiglia Elkhaldi (quattro nuclei familiari, con un neonato di 6 mesi denutrito, 7 bambini dai 5 ai 12 anni e 6 ragazzi dai 14 ai 25) è riuscita a raggiungere la nostra città grazie ad una macchina solidale funzionante. E se l’unione fa la forza, ora il medico palestinese si appella alle Istituzioni: "Aiutate la mia famiglia a rinascere in questa città e a ripartire dall’Italia".

Elkhaldi, come stanno i suoi familiari?

"Abbastanza bene ma sono deperiti. Qualcuno ha perso venti chili, hanno patito la fame. Dopo il 7 ottobre, a Gaza entrano sempre meno furgoni di aiuti umanitari, il cibo scarseggia e la mia famiglia per sopravvivere ha dovuto quotidianamente cercare i viveri".

Attraversare il Valico di Rafah non è facile. Com’è riuscito ad aiutare i suoi parenti ad arrivare in Italia?

"Ho avuto contatti continui e insistenti con il Consolato italiano a Gerusalemme. Rilasciati i permessi, lo Stato si è occupato di trasportare la mia famiglia da Gaza all’aeroporto del Cairo. Dei biglietti aerei per Bergamo, e del trasporto fino a Reggio, me ne sono occupato io, utilizzando una parte dei fondi raccolti con le donazioni dei cittadini. Non è stato semplice, l’Ambasciata l’ho contattata a novembre, ti inseriscono in una lista con la speranza di essere chiamato. In questo contesto è nata una società di lucro sotto il controllo egiziano che chiede 10mila dollari a persona per uscire da Gaza e ammetto che nella disperazione il pensiero ci ha sfiorati".

Dei quattro nuclei familiari sono arrivati tutti i membri?

"No, il marito di mia sorella è stato bloccato ma nessuno ci ha comunicato il motivo".

Ha mai avuto paura di non rivederli più?

"Sì. Non sapevo come e quando sarebbero usciti, avevo paura che potessero essere uccisi. Il dispiacere era di non riuscire ad aiutare i miei cari".

I suoi fratelli sono stati accolti dall’Ostello della Ghiara. Alloggiano ancora lì?

"Ancora per poco. L’ospitalità dell’ostello era temporanea, stiamo cercando un’altra sistemazione. La cooperativa della Dimora d’Abramo ci sta dando una mano ma nei limiti del possibile. Io, ho ospitato i miei genitori ma è difficile accogliere tutti, siamo numerosi".

Da chi avete ricevuto maggior aiuto?

"Da cittadini e associazioni. Le Istituzioni invece sono state poco presenti, non abbiamo ricevuto nessun sostentamento economico o supporto nell’individuare gli alloggi disponibili per l’ospitalità. L’assistenza sanitaria per esempio è stata fornita subito ma grazie ai volontari. Ho cercato di coinvolgere i sindaci della nostra provincia, inviando appelli persino a Roma".

Per una maggiore serenità, di cosa ha bisogno la sua famiglia?

"Hanno ricevuto cibo, indumenti e donazioni. Ma ora hanno bisogno di una dimora fissa per riorganizzare le loro vite, un sostentamento economico e la possibilità di spostarsi. La mia è una famiglia numerosa, di adulti, neolaureati e studenti, che vogliono lavorare e studiare".

Dal 7 ottobre, com’è cambiata la situazione nel quartiere di origine dei suoi familiari, Rimal?

"Il quartiere è sempre stato tranquillo e non militarizzato. Bisogna chiarire che sono più di 16 anni che Gaza è minacciata dai bombardamenti; Rimal per esempio da anni è bersagliato, tuttavia gli attacchi non sono mai stati così intensi. Il 9 ottobre uno dei miei fratelli ha ricevuto la chiamata dai servizi segreti israeliani, lo invitavano a liberare la residenza. Giusto il tempo di recuperare l’essenziale e mio fratello con la sua famiglia sono usciti di casa in pigiama e hanno raggiunto l’abitazione di un altro fratello. Dopo due ore hanno sentito il rumore dei bombardamenti, l’edificio era stato abbattuto. Quando la situazione è peggiorata la mia famiglia ha dovuto prendere una decisione: restare lì o allontanarsi. Sono emigrati verso sud a Khan Yunis, qui sono stati 3 mesi in un edificio scolastico che può accogliere 1000 persone ma i civili ospitati ne erano 50 mila. A gennaio la Farnesina ha concesso l’espatrio ai miei genitori, mentre i miei fratelli, quando l’esercito israeliano è arrivato a Khan Yunis, si sono spostati a Rafah, l’ultima regione prima dell’Egitto. Un milione e mezzo di palestinesi sono ammassati lì, in poco più di 60 chilometri quadrati nella speranza di una via d’uscita".

Pensa, in futuro, ad un loro possibile rientro a Gaza?

"Gaza è stata rasa al suolo. Quando la situazione sarà più chiara potranno pensare ad un eventuale rientro se sarà concesso. Adesso è da Reggio che vogliono ripartire".

Nella Striscia di Gaza chi hanno lasciato?

"I cugini, gli amici, i connazionali. Una parte di cuore".