"Silipo non era in ginocchio". L’omicidio prende forma in aula

Delitto di Cadelbosco, i carabinieri: "Ci avvertì il fratello". Che ora è in carcere per narcotraffico legato alla ’ndrangheta

"Silipo non era in ginocchio". L’omicidio prende forma in aula

"Silipo non era in ginocchio". L’omicidio prende forma in aula

"Correte, correte! Hanno ucciso mio fratello". La disperazione che seguì l’omicidio di Salvatore Silipo, avvenuto il 23 ottobre 2021 a Cadelbosco, si è materializzata di nuovo ieri mattina nel processo in Corte d’Assise, presieduta da Cristina Beretti, a latere Matteo Gambarati e i membri popolari. Imputato per la morte del 28enne nativo di Crotone e residente a Santa Vittoria di Gualtieri, è Dante Sestito. Quest’ultimo, 72 anni, era il titolare dell’officina dove la vittima lavorò: lui, difeso dall’avvocato Luigi Colacino, è accusato di omicidio volontario aggravato da premeditazione, crudeltà e futili motivi. Secondo quant’emerso in prima battuta, Sestito convocò la vittima, il fratello Francesco Silipo e il cugino Pierfrancesco Mendicino alla ‘Dante gomme’; poi tutti e tre sarebbero stati fatti inginocchiare a mo’ di esecuzione e Sestito sparò al 28enne. Ieri, però, il medico legale ha ipotizzato che la vittima non fosse genuflessa. Secondo la ricostruzione investigativa, il movente è un furto di pneumatici contenente denaro "di provenienza ignota". Uno dei figli del 72enne, Antonio Sestito, è imputato nel processo ‘Billions’ per vendite di gomme coperte da fatture per operazioni inesistenti. Ieri hanno sfilato i primi testimoni citati dal pubblico ministero Piera Cristina Giannusa, tra cui i carabinieri e il medico legale. Sono state proiettate foto della scena del delitto e del cadavere: immagini di fronte alle quali la sorella Maria e la vedova Giuseppina Pia Cortese si sono sciolte in lacrime. Ora Francesco Silipo è in carcere a Vicenza: è stato arrestato in maggio in una maxioperazione antidroga legata agli affari della ‘ndrina calabrese Staccu di San Luca. Un militare ha raccontato ieri quando, alle 15 di quel giorno, in servizio con un collega, si imbattè in Francesco, che si buttò in strada per richiamare il loro intervento. Prima di entrare nel capannone il carabiniere vide anche Mendicino, "molto agitato". Poi, dentro, accanto al bancone, trovò l’imputato: "Alla nostra vista Sestito alzò le mani e si fece avvicinare. Vidi che nella giacca teneva la pistola, che gli ho preso. In una tasca aveva un caricatore veloce, con dentro cinque proiettili e un bossolo". Il testimone racconta di aver sentito Sestito dire: "Mi è partito un colpo". È stato poi chiarito da un altro carabiniere che la pistola semiautomatica a tamburo risultava rubata il 16 gennaio 2019 dalla cassaforte di un cittadino a Pieve di Cento. Il carabiniere andò poi nell’officina, dove trovò la vittima sul pavimento, con la schiena a terra e un lago di sangue. In quel momento "il fratello si appoggiò sul cadavere in segno di disperazione, poi io lo sollevai". È stato ascoltato il medico legale Alessandra Silvestri, che ha illustrato la natura della ferita: un colpo di arma da fuoco esploso nella zona latero-cervicale a sinistra, che ha trapassato il collo, uscendo dall’altra parte per poi conficcarsi sul portone di metallo. La specialista si è soffermata sull’orlo sulla pelle, intorno al foro di ingresso del proiettile. E anche sull’"affumicatura" trovata sui muscoli del collo. La conclusione è che "il colpo fu esploso mettendo la canna a contatto con la pelle, oppure a contatto incompleto a seguito di un piccolo movimento". Il pm Giannusa ha chiesto quale fosse la posizione di Silipo quando fu ucciso. Il foro nel portone era 1,65 metri da terra. "Sul cadavere la distanza tra l’ingresso del proiettile e il tallone di Silipo era di 1,56 metri, mentre il foro di uscita a 1,54. La misurazione come se lui fosse stato in ginocchio avrebbe dato 1,14. La posizione in cui fu trovato, supina e con le gambe stese, fa pensare che lui non fosse già completamente genuflesso". Ha poi parlato di "morte sul colpo" e "assenza di segni di difesa".