Amarcord anni ’70. Sorpresa, siamo entrati nell’ex cinema Astra. Qui il tempo s’è fermato

Viaggio del Carlino all’interno della struttura chiusa da decenni. Maxischermo, palco e platea sono originali, la struttura tiene.

Amarcord anni ’70. Sorpresa, siamo entrati nell’ex cinema Astra. Qui il tempo s’è fermato
Amarcord anni ’70. Sorpresa, siamo entrati nell’ex cinema Astra. Qui il tempo s’è fermato

Ve lo ricordate il cinema Astra di via Zappata? Altro che Netflix e Prime video. I migliori anni di Ancona sono passati anche da qui. Seduti sulle poltroncine davanti al maxi schermo, a guardare le pellicole in uscita al cinematografo. Allora si chiamava così, non c’erano mica i multisala. Il Carlino ci è entrato per voi. Con l’aiuto del Comune, attuale proprietario dell’immobile, siamo andati a documentare lo stato dell’ex cinema del centro, uno tra i più frequentati dell’epoca. Ha una storia tutta particolare l’Astra, che sorge in un edificio degli anni ’50. L’ente locale se l’è aggiudicato nel 2004, 19 anni fa, dopo un acquisto il cui importo si aggira intorno ai 450mila euro. Quanti amori sbocciati all’Astra e quanti sabato sera trascorsi là. Spensierati, a guardare l’ultimo lavoro di Dario Argento o i capolavori di Fellini. Ecco, varcando la porta di legno dell’Astra sembra di entrare nella ´Dolce vita´, tra pantaloni a zampa di elefante e odore di sigaretta tutt’intorno. Una vita d’altri tempi in cui i rapporti umani non si erano ancora dissolti né sgretolati davanti allo schermo freddo di un computer.

Ora, quel cinema del centro, sopra le Tredici cannelle, a due passi dalla caserma della Guardia di finanza, è piuttosto malmesso. Le sue condizioni non sono ottimali, com’è ovvio, ma strutturalmente non pare presenti grosse problematiche. "L’amministrazione acquisì la sala nel 2004 dalla diocesi – spiega Andrea Sacchi, della direzione urbanistica del Comune – L’istituto musicale Pergolesi aveva bisogno di un auditorium più grande e avanzò la richiesta nel 2003. Poi, però la previsione di accorparlo al Pergolesi si arenò, anche perché l’istituto musicale chiuse". All’epoca, il cinema contava circa 450 posti: "Non è una sala grandissima – fa Sacchi – e i posti a sedere erano distribuiti su platea e galleria".

Indossiamo la mascherina per evitare di respirare la polvere e con l’aiuto di una torcia entriamo nell’amarcord anni ’70. Le scale ci portano direttamente tra il pubblico. Alcuni pannelli invadono i nove gradoni di cui era fatta la galleria. Da sopra, s’intravede la platea: "Io credo fosse una sorta di ´cine-teatro´ per com’è strutturato – commenta Sacchi – C’è infatti un palchetto sotto il maxi schermo. A dire il vero – riflette – mi ricorda un po’ l’Alhambra di corso Amendola".

Delle piccole aperture sulle corti laterali permettono il ricambio d’aria. Alle pareti, notiamo dei pannelli fonoassorbenti: ci sono ancora i resti dell’impianto audio. Chissà quante coppie sono nate in questa saletta sopra corso Mazzini sulle sigle dei film più gettonati. Ci muoviamo sullo scricchiolìo della polvere e scendiamo in platea. È buio, ma un raggio di luce ci rassicura. In alcuni punti, il solaio, vicino alla ´toilette uomini´, si apre. I servizi igienici delle signore sono messi meglio. Torniamo indietro facendo attenzione alle ragnatele.

Ripercorriamo la strada degli avventori dei tempi che furono. La moquette, a terra, c’è ancora. Come a voler resistere al trascorrere degli anni. Nostalgia canaglia. La guida grigia conduce all’uscita "per consentire il deflusso sicuro della gente". C’è persino un cavalletto nero che forse fungeva da guardaroba. La biglietteria poteva sorgere proprio qui, tra platea e galleria. Non c’è più nulla, resta la malinconia. Ma anche la speranza che un domani, perché no, lì dentro possa tornare qualche telefilm. Perché è ancora presto per guardare i titoli di coda di un edificio (tutto sommato) ancora in piedi.