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14 apr 2022

Morì in casa dopo una dose letale di metadone La Procura chiede il processo per il pusher

L’udienza deve essere ancora fissata
L’udienza deve essere ancora fissata
L’udienza deve essere ancora fissata

Morto in casa per una dose letale di metadone, la Procura ha chiesto il processo per il pusher che fornì la sostanza stupefacente a Moise Tagoma, 25 anni, di origine congolese. Il giovane era stato trovato ormai privo di vita il 29 aprile del 2020, in un appartamento di via Esino, a Jesi, che condivideva con altri inquilini, tutti stranieri. Le indagini sul caso, condotte dai carabinieri, furono articolate perché la famiglia sospettava che oltre a chi gli aveva fornito la dose letale si doveva andare a fondo anche sugli altri membri della casa che avrebbero dato l’allarme del malore troppo tardi. Il fascicolo, aperto dal pubblico ministero Rosario Lioniello, è stato chiuso il mese scorso con la richiesta di rinvio a giudizio per il pusher, uno jesino di 32 anni. L’accusa per lui è di morte come conseguenza di altro reato e detenzione di sostanze stupefacenti ai fini dello spaccio. Per l’accusato si attende ora che venga fissata l’udienza preliminare. Ad incastrarlo erano stati più elementi.

In camera del morto era stato trovato il contenitore del metadone con il nome del 32enne che all’epoca era in cura al Sert e quindi aveva a disposizione la sostanza. In più dagli accertamenti sui tabulati telefonici era emerso che i due si erano sentiti quel giorno e si erano dati anche appuntamento per lo scambio soldi metadone. Una telecamera di un bar dove avvenne l’incontro li avrebbe anche ripresi. La Procura, durante le indagini, aveva affidato l’incarico sui telefonini all’analista forense Luca Russo che aveva scandagliato il contenuto di almeno cinque cellulari. I dispositivi erano stati sequestrati subito dopo il rinvenimento del cadavere del ragazzo, tutti quelli trovati in casa quella sera.

Sulla morte del 25enne la famiglia aveva chiesto fin da subito chiarezza e si era affidata ad un legale, l’avvocato Roberta Strampelli. Per i parenti del giovane bisognava capire se Moise era stato soccorso in tempo dall’abitazione. Tramite il legale la famiglia aveva affidato anche ad un medico legale una consulenza sulla autopsia già fatta fare dalla Procura, a salma già tumulata, perché non sarebbe stato chiaro l’orario preciso della morte di Moise e nemmeno quello dell’assunzione del metadone. La sorella del ragazzo aveva scritto anche alle "Iene". Sulla tempestività dei soccorsi però per la Procura non c’erano elementi importati ai fini dell’indagine.

Marina Verdenelli

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