"Un Arlecchino mai visto prima"

Intervista ad Andrea Pennacchi in scena al teatro delle Muse dal 4 aprile con lo spettacolo di Marco Baliani

"Un Arlecchino mai visto prima"

"Un Arlecchino mai visto prima"

"In ogni epoca bisogna lottare per strappare la tradizione al conformismo che cerca di sopraffarla". Iniziano con questa frase di Walter Benjamin le note di regia che Marco Baliani ha scritto per presentare il suo "Arlecchino?", in scena dal 4 al 7 aprile al Teatro delle Muse di Ancona. "E’ proprio quello che cercheremo di compiere – spiega l’attore, autore e regista – Prenderemo un’icona internazionale della tradizione della commedia dell’arte, la maschera di Arlecchino, e Andrea Pennacchi la indosserà portandola dentro alla contemporaneità".

Pennacchi, in quanto ‘classico’ Arlecchino si dovrebbe prestare bene ad affrontare anche il nostro presente, seppure un presente difficile sotto molti punti di vista.

"In realtà l’unica operazione di cui abbiamo sentito il bisogno ha riguardato il linguaggio. Abbiamo lavorato sulla lingua per rendere più fruibile il testo. Quella goldoniana suona un po’ di maniera. Il contenuto dell’opera invece è senza tempo. E’ quello che lo rende un classico. Il testo apre delle finestre sulla contemporaneità, sul nostro quotidiano. La struttura dello spettacolo, insomma, è quella che conosciamo tutti". Baliani però parla di un ‘Arlecchino’ mai visto che riunisce stilemi diversi, frammenti di cabaret, burlesque, avanspettacolo, commedia, dramma... "Questo riguarda l’allestimento, che è suddiviso in tre livelli: la storia raccontata da Goldoni, la messa in scena di una scalcagnata compagnia e il nostro essere attori. I tre livelli però si toccano, si esplorano. Il pubblico si diverte, e capisce tutti i ‘ganci’ lasciati in giro. Lo spettacolo è un carosello di equivoci, malintesi, colpi di scena".

Si divertono anche i giovani, abituati a una comicità dai tempi brevissimi?

"C’è molto ritmo. E’ difficile che i giovani vengano a teatro. Ma se le famiglie o la scuola li ‘costringe’ poi si divertono molto. Certo, le scene sono più lunghe di un video su TikTok".

Chi sono gli Arlecchini di oggi in Italia?

"Ognuno di noi è un po’ Arlecchino. Lui indossa la sua casacca e fa metafore su quello che vuol dire servire o essere padroni. Gli Arlecchini di oggi forse sono quelli costretti a vestire la casacca per servire un padrone che si nasconde, che magari è un algoritmo".

Arlecchino simbolo dell’italiano, furbo e imbattibile nell’arte di arrangiarsi?

"La sua è una furbizia a corto respiro, che di fa andare avanti a forza di stratagemmi, ma che non ti risolve la vita. Per ogni problema risolto ne compare un altro. Basti pensare a quando deve occuparsi del pranzo dei due padroni. Ogni cosa che fa sbaglia. Ma in fondo questo modo di agire ci salva la vita".

E come prova d’attore com’è interpretare Arlecchino?

"Impegnativo, anche fisicamente. Ma la cosa più bella è quando alla fine dello spettacolo gli spettatori vengono a dirmi: stasera siamo stati bene".

Se dovesse invitare il pubblico a venire a vedere lo spettacolo cosa direbbe?

"Venite a stare bene, distanti dalla follia del mondo".

Ma non da soli...

"No, a teatro si sta in compagnia".