La mitica valanga pesarese nell’era di Alberto Tomba

Negli anni Novanta sci club Pesaro e Piobbico brillavano nelle gare nazionali. In quei team hanno militato futuri politici, manager e personaggi di spicco.

La mitica valanga pesarese nell’era di Alberto Tomba
La mitica valanga pesarese nell’era di Alberto Tomba

Ai tempi, paradossalmente, Pesaro era la Tomba dello sci. Perché mentre esplodeva il fenomeno dello slalom alla bolognese, in città e provincia (isole di Appennino comprese) implodeva un mondo che invece era stato nell’età aurea ai tempi del Gustav Thoni venostano. In pratica, negli anni Novanta del brand Tomba, Pesaro e dintorni praticavano, ma non gareggiavano. Uniche nelle Marche, dove, invece, imperversavano dorici, maceratesi e piceni, alla faccia della nostra inettitudine. Per la maggiore andavano lo Sci Cai Macerata e le varie corazzate ascolane, se non altro perché lo skilift ce l’avevano a due passi o sotto il sedere, come nel caso della città delle olive.

Pesaro e il suo sci club, coi mitici Della Santina, Bianchi e compagnia, avevano dato parecchio al movimento agonistico, ma tutto si era bloccato agli anni Settanta, primi Ottanta, con uno squadrone che se la vedeva coi talenti del nostro Appennino, vedi Giorgio Parlanti, Stefano Vampa e poche altre stelle. Altra compagine in voga, nel pre-tombismo, fu lo sci club Urbino, che seppe tracciare sulla neve le armonie di Piero della Francesca e Raffaello.

Negli anni Novanta, sospinti dalle telecronache di Alfredo Pigna e Bruno Gattai, riapparvero i primi bagliori dell’agonismo sciistico. A Piobbico, grazie a Giuseppe Jacobelli, figlio dell’allora presidentissimo del Club dei Brutti, e all’intraprendenza, tra gli altri, di giovani del paese come Carlo Carli, sorse la squadra agonistica dello Sci club Piobbico. L’anno di grazia era il ‘94, apice del tombismo, e i ragazzi del paese, ma anche di Sant’Angelo, Urbania e Mercatello, iniziarono ad allenarsi sull’epica pista ’Pruscini’ di Monte Nerone, con pali snodati, trapani e nozioni del maestro Roberto Ceccarelli. Roberto, di Acquaviva, era nato sotto il Catria, e sapeva il suo mestiere. A Pesaro, nel frattempo, i giovanissimi fratelli Guidelli e bussarono alle porte della storica sede del Corso, quella dello Sci Club Pesaro, guidato da Della Santina.

Insegna biancorossa, ufficio degno di una società con tutti i crismi, il direttivo spalancò le porte. Tesserarono gli atleti in Fisi e partì l’avventura. Con un altro malloppo di pali snodati, si vagava per le montagne di tutta Italia. Si unirono in diversi. E, nel frattempo, Piobbico si nutriva di elementi di spicco, come Alessandro Cristini e Marco Campeggi, ingegnere dalla tecnica sopraffina. Presto, alla sede di Pesaro, arrivò la chiamata dei piobbichesi. Proponevano una sinergia. Che partì a tutto gas. Nei giganti regionali, interregionali e nazionali si partiva insieme. Ma spesso le bufere rispedivano al mittente. Gare annullate ma anche delusioni al cronometro. Eppure iniziavano anche i primi risultati. Punteggi buoni che permettevano di scalare pettorali di partenza e tracciati meno segnati.

Fioccarono gli articoli sulle testate, tv comprese, e nacque pure una base di allenamento, come al nord. Al Nerone c’era una pista riservata, una motoslitta e pali snodati a volontà. La sinergia Pesaro-Piobbico era questa. Avvenne poi che un pesarese, Filippo Biondi, già iscritto al glorioso Sci Club Montepiselli di Ascoli, proprio per l’antecedente assenza di squadre nel Pesarese, si aggregò ai fratelli Guidelli nelle trasferte. Fu una prima stagione sofferta. Poi ci fu il passaggio dei pesaresi allo Sci Club Piobbico, e la contestuale prosecuzione a Pesaro della squadra.

A Piobbico il team virò in una direzione provinciale e tramutò il nome in sci club Monte Nerone. Sotto la presidenza di Miro Rossi, e il coordinamento di Alessandro Cristini e dei Guidelli, nacque una squadra allargata da Pesaro a Città di Castello, con allenatore, sedute estive in ghiacciaio e buoni risultati in gara. A Pesaro si fece largo uno squadrone coordinato magistralmente da Marco Campeggi e anche una compagine di ragazze. Pesaro e provincia avevano così, alla fine degli anni Novanta, una maxi rappresentativa. Sci club Pesaro e Monte Nerone erano diventati un punto fisso nelle graduatorie Fisi interregionali. Trasferte su trasferte. Con pullmini di atleti che scorrazzavano tra Alpi e Majella. Indimenticabili le divise gialle e blu dei pesaresi e quelle nere, gialle e bianche dei ‘monteneroniani’. A guidare le truppe ci furono allenatori di pregio.

Epiche le preparazioni sui ghiacciai, a Les Deux Alpes, allo Stelvio e in val Senales. E poi i trionfi nelle gare minori, tra cui il leggendario trofeo ’Super Bingo’ della Poligrafici Editoriale di Carlino e Nazione, sulle nevi del Corno e di Sestola. Oggi i giganti dello sci sono tutti lì. Chi nell’ingegneria, chi in politica, chi nella stampa, chi in altri campi. Ma tutti rigorosamente in pista. Il cancelletto e i suoi beep, le curve su tracciati ghiacciati e segnati da trincee scavate da centinaia di atleti, hanno tracciato pure le vie della vita. Lo sci ha aperto le strade, ‘sfanculato’ le angosce e le difficoltà. Come scordare quel giudice della Fisi che, a Campo Imperatore, immersi alla partenza d’un gigante, in tutina e schiaffeggiati da un freddo porco e una nebbia cieca, disse in dialetto maceratese “spappato”: "O vardasci, se chiama sci alpino, mica appenninico". Aveva ragione. Le nubi basse, la visibilità zero, il freddo umido finivano spesso per umiliare i “vardasci”, cioè i ragazzi, che crepavano di brividi al cancelletto.

La discesa era un’avventura. Toccava prima arrivare interi, poi accertarsi di avere gambe e piedi al loro posto, poi guardare che diavolo si combinava col punteggio. Si diventò forti che era arrivato il momento del ritiro. Troppo veci. Troppo bolsi. Ma pronti per il mondo del lavoro. Il tombismo era bello che finito. Iniziava la Tomba della vita ma sulla scia di prove che nessuno scorderà mai.