Lo skialp a tutta anche da noi. Qui alpinisti dal profondo nord. Il popolo dei patiti avverte: : "Ascoli ha l’oro e non lo sa"

In sci e pelli sulla Montagna dei Fiori, in compagnia di alpinisti romagnoli e sudtirolesi "Paradisi del genere non si trovano neanche da noi. E qui c’è una città favolosa a due passi".

Lo skialp a tutta anche da noi. Qui alpinisti  dal profondo nord. Il popolo dei patiti avverte: : "Ascoli ha l’oro e non lo sa"

Lo skialp a tutta anche da noi. Qui alpinisti dal profondo nord. Il popolo dei patiti avverte: : "Ascoli ha l’oro e non lo sa"

I due capezzoli dell’Appennino imbatuffolati. Goffi ma anche tosti. Girella e Foltrone, al mattino pallido dell’autostrada, sono così. L’auto è targata ’PU’, che sempre Marche è. Tanto vicine, ma anche tanto lontane. E sempre, e comunque, al plurale. Ma agli amici che stanno accanto, al posto passeggeri, come glielo spieghi che quelle due mammelle sono ’miracolose’ per chi adora lo sci, quello essenzialmente sci, con le pelli, i quadricipiti e l’avventura che scorre nelle vene? Semplicemente, salendo. Addentrandosi nella vallata che chiude a riccio la regione "al plurale", vicina e lontanissima a se stessa. E quando, sulla destra, si squarcia l’orizzonte, e i Sibillini iniziano a gridare la loro mole, sono i compagni ’stranieri’ stessi a dire: "Beh, ma questa è una Bolzano del sud". Le migliori definizioni arrivano da chi le cose le vede con occhio incontaminato.

Per assaporare lo slow ski, green (come va di moda blaterare oggi) ed essenzialmente ski, l’auto punta dritta a San Giacomo non dalla solita direttrice di Porta Cartara, ma via Villa Pigna-Folignano. Un’inedita, spesso, anche per chi qui è nato e vissuto. Folignano, Santa Maria a Corte e poi su, e ancora su, dritto per dritto, fino al Pianoro. Quindi, la strada maestra. Prima osservazione degli amici pesaresi: "Ma perché un posto simile non è indicato a valle, salendo da Villa Pigna?". E quel posto eccolo là: si mettono sci e pelli subito, come non accade neanche in Val Badia, dove devi prima passare tra selve di impianti. San Giacomo è una mecca: calzi gli attrezzi sotto la vecchia cestovia e poi su, su pista battuta. Poi, alle Tre Caciare, dribblando la folla, imbocchi il bosco e, placidamente, approdi ai dossi della bellezza, costeggiando il Vallone, fino alla mammellona del Girella. Neve divina e dorata come un’oliva quando il sole la grazia della sua attenzione. "Ma che posti avete quaggiù?", osservano i marchigiani del nord. Fissano il Del Duca mentre salgono e i grattacieli di Monticelli o Villa Pigna. Due passi dalla città. E la ’powder’ di cristalli è realtà che si tocca con lamina.

"Ma come fate a non indicare ’sto paradiso da valle?". Planando giù nel vallone, tra gli artigli che guardano la Laga, e poi fluttuando nello zucchero che accompagna al boschetto, costellato da qualche restaurata caciara, gli sciatori del nord giurano che torneranno qui, in quel canale che somiglia a uno del Lagorai o della Venosta. Una pausa al rifugio delle Tre Caciare, due sorsate di the caldo di termos e poi giù, tutto d’un fiato, per San Giacomo. Il giorno dopo, si replica, salendo e riscendendo il costone del Prevosto. Polvere pura, anche stavolta. Il passaparola matura. E arrivano pure i romagnoli, di Rimini e Cesena. "Roba grossa", gigioneggiano dopo aver assaporato il manto del Girella. "Se lo avessimo noi – osano dire – ci avremmo costruito un impero per lo skialp". Anche perché non finisce qui. Si continua con altri amici delle Alpi. E pure loro non restano col taccuino bianco: "Lo scialpinismo che si può fare qui – dicono – è a due passi dal centro abitato. E poi lo dice la definizione: sci alpino, di pista, si fa sulle alpi. Ma qui con le pelli e fuori pista è l’ideale". Neve di mare o mare di neve che sia, la Montagna dei Fiori garba anche a gente sudtirolese e ladina. Proprio laddove si migra a caccia di qualche casetta di legno in più, locale o chissà che, senza contare che, parola di ospiti ’stranieri’, "quaggiù sei in città in pochi minuti. E che città. Che cibo. Che locali". Della serie: "Avete l’oro, e non vi rendete conto". Che non siano allucinazioni, lo dimostra un certo Igor, skialper piemontese: "Sto facendo il giro d’Italia con sci e pelli. Sono passato per la Laga, Monte Gorzano, Pizzo di Sevo, e poi sono arrivato quassù. Da noi, a Cuneo, non è così".

Perché la costellazione dello slow ski, pulito ed energetico, si amplia ai fratelli maggiori della Laga (Pizzo di Moscio, con la Storna e la Cavata, la valle delle Cento Fonti con la cima della Laghetta, la costa delle Troie, per Monte Gorzano e mille altri) e dei Sibillini (Vettore per Foce e valle di Pilato, per Forca di Presta, Vettoretto e Ciaule, o dalla Valle Santa o ancora dai Mezzi Litri) e delle loro infinite ascese. Eppure, c’è stato anche qui un aneddoto. Con i soliti amici del nord. Salendo da Arquata e Pretare, non hanno capito bene se fossero a Pompei oppure altrove. "Ma il sisma qui non è stato nel 2016?", si sono chiesti. Per poi trovarsi a salire montagne che avevano più sapore di un picco qualunque delle Alpi.

Risulta, da una ricerca sul mercato di guide acquistate online, che ci sia una massiccia richiesta di libri sullo scialpinismo in Appennino che arriva dal profondo nord. Lo conferma il successo delle ’sacre scritture’ di Luca Mazzoleni, storico rifugista del Franchetti, al Gran Sasso, e dei nostri ’Sibillinisti’. Che qualcuno ne prenda coscienza. Quelle due mammelle, ora bianche, possono essere la nuova frontiera del nostro turismo. Basta guardarle con occhi diversi. E, se occorre, anche un po’ stranieri.