Finanziere due volte eroe: "Mi salvò da un rapinatore che mi puntava la pistola. Ora ha soccorso una donna"

Il gioielliere Roberto Piccinini ricorda l’incubo di 25 anni fa, in via San Felice: "Alessandro Giuliani bloccò quell’uomo e lo disarmò. Ora siamo amici"

Roberto Piccinini mostra l’articolo del Carlino dell’epoca

Roberto Piccinini mostra l’articolo del Carlino dell’epoca

Bologna, 7 gennaio 2024 – Il coraggio non arrugginisce con gli anni. "E un eroe resta sempre un eroe". Roberto Piccinini, gioielliere oggi settantasettenne, il suo personale eroe lo ha incontrato in un afoso sabato di luglio di 25 anni fa: aveva le stellette di un giovane maresciallo della Finanza. Di un ragazzo che, libero dal servizio, mentre via San Felice era immobile, sospesa come in una bolla di tensione, scivolando furtivo di colonna in colonna, era arrivato alle spalle del rapinatore che teneva una pistola puntata contro la tempia di Piccinini.

E lo aveva disarmato. Quel militare, oggi capitano, è Alessandro Giuliani, effettivo al comando regionale delle Fiamme Gialle in piazza Malpighi. E il coraggio non lo ha perso con gli anni. "Deve essere proprio una sua peculiarità", dice Piccinini, mentre scorre gli articoli, vecchi e nuovi, che riguardano il finanziere.

Gli ultimi risalgono alla vigilia di Natale e sono stati pubblicati sulle cronache romane.

Zona Appio Tuscolano, 7 del mattino. Una tata cinquantenne boliviana sta andando a consegnare dei regali di Natale, quando viene aggredita da un trentacinquenne completamente fuori di sé, strafatto di anfetamina e cocaina dopo una serata in un club della Capitale. Ha il cellulare scarico, ha già citofonato a tutti i campanelli incontrati perché vuole un telefono. Finché non si imbatte nella signora. Ed è come una furia: l’afferra per il collo, le sbatte la testa contro il muro. La morde a sangue, tanto che poi sarà necessario sottoporla all’antitetanica. È nel mezzo di quest’orrore che il capitano Giuliani esce di casa, si precipita in strada ancora in pigiama, e blocca il folle, allertando contemporaneamente i colleghi del 117 che poi lo arrestano.

"Quando ho letto l’articolo ho pensato che il sangue freddo è una dote con cui nasci – racconta Piccinini – e sicuramente il capitano Giuliani ne ha da vendere. Eppure non ha niente a che fare con Rambo, sembra più un funzionario di banca. Ma quando c’è da agire, non si tira indietro". E il ricordo corre così velocissimo a 25 anni fa, quando Giuliani sbloccò quell’impasse di paura in cui galleggiava la vita di Piccinini.

"I poliziotti erano con le pistole puntate, via San Felice era tutta bloccata – spiega il gioielliere –. Io ero a terra, il rapinatore sopra di me. Mi usava come scudo umano, per riuscire a scappare". Tutto era teso, tutto era fermo. Finché non era arrivato il finanziere. Che, con "fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione", per dirla con Monicelli, aveva fatto cenno ai colleghi ed era strisciato furtivo alle spalle del rapinatore: "Lo ha colto di sorpresa e con un colpo secco al gomito è riuscito a fargli saltare la pistola. A quel punto sono arrivati i poliziotti, che sono stati subito addosso al bandito e lo hanno arrestato".

L’uomo aveva con sé una busta di plastica con 300 milioni (di lire) di gioielli. Li aveva rubati poco prima nella gioielleria di Piccinini, dopo aver legato il proprietario nel retrobottega sotto la minaccia di una pistola.

"Che era vera, perché io la tenevo uguale in negozio. Ma non mi è passato neppure per la testa di prenderla", ricorda Piccinini. Era mezzogiorno e a chiamare la polizia erano stati alcuni clienti dell’oreficeria, insospettiti che fosse chiusa: "Sapevano che non mi allontanavo mai, neppure per andare a prendere un caffè". Così la situazione si era in breve volta al tragico, con il rapinatore che, pur di fuggire, aveva deciso di usare il gioielliere come scudo umano. Attimi di terrore, che solo il senso del tempo ha reso più facili di raccontare. E un’avventura che ha lasciato qualcosa di buono: un’amicizia che dura da venticinque anni.

"Con Giuliani ci sentiamo – dice Piccinini –. Lui è spesso in missione o fuori Bologna, ma non manca occasione per salutarci. Subito dopo quella vicenda, scrissi al suo comandante, per ringraziarlo per il coraggio avuto. Un coraggio che, a quanto pare, non arrugginisce mai".

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