Jimmy Villotti, chi era il musicista che giocava col bebop e col rock, morto dopo una lunga malattia

Bologna trafitta dal dolore per l'addio al Vate, spirito libero, d'ardente misticismo laico, d'arguzia paciosa. Diceva ai giovani di sporcare le note perché non illanguidissero nell'aria asettica da ospedale. Guccini, Conte, Capossela e tanti eccellenti jazzisti i suoi punti di riferimento

È morto il chitarrista e musicista Jimmy Villotti

È morto il chitarrista e musicista Jimmy Villotti

Bologna, 6 dicembre 2023 – Una musica lineare e morbida, ma eseguita con un piglio un po’ teatrale e il trasporto profondo da poeta dello swing. Era il marchio di fabbrica del compositore, chitarrista-pianista – ma anche scrittore dai tanti colori – Jimmy Villotti, un musicista che giocava col bebop, senza macchie, abile nello schivare le trappole del virtuosismo.

Dicendosi convinto che l’imperfezione nel pentagramma sia una spezia necessaria. Lievitato nel pop rock, poi profeta del jazz, sublime ‘biassanot’ delle osterie popolate di artisti, compagno di ribalta per più di mezzo secolo di Lucio Dalla e Francesco Guccini, Pupi Avati, Gianni Morandi e Luca Carboni. Ma anche di Paolo Conte che gli aveva dedicato il brano ‘Jimmy, ballando’.

Marco ‘Jimmy’ (soprannome legato alla passione per James Dean), 79 anni, dopo una lunga malattia lascia Natascia Mazza, fervida promoter di vita e di palco, conosciuta vent’anni fa, sposata nel 2013. Un addio che trascende le indispensabili note di cronaca nel momento in cui Bologna, ‘locus artis’ per eccellenza, è trafitta da un evento di una tristezza mozzafiato per la scomparsa di uno dei suoi simboli. Un musicista dal repertorio che non resta mai ingabbiato in un solo ambito, ma tocca cieli diversi, da Wes Montgomery e Grant Green, a Lee Morgan.

Dal pop rock al jazz. Tra punti di svolta in frenetica ricorsa, ardore di misticismo a-teologico, eventi su pentagramma e letterari  speziati di finissimo ‘sense of humour’, come nel caso dell’arte svelata del musicista nella scia di quella concettuale di Piero Manzoni, tra gli artisti più trasgressivi e geniali del secondo Novecento. Esempio del fatto che con il vate del jazz bolognese la festa non finisce mai. Leggere per credere quello che ci riferì in più di un’intervista. "Una volta a chi mi disse che non avevo le basi per scrivere – spiegava Jimmy – risposi: se è per questo non le ho neppure per suonare, la stessa difficoltà che ho con i verbi irregolari ce l’ho anche con le scale”. Era il modo singolare in cui si poneva il compositore chitarrista a cui pionieri beat e sale da ballo insegnarono a ricacciare l’ego, schivando le trappole del virtuosismo col talento dell’outsider. Un profilo di seduzione che aggiornerà anno dopo anno, libro dopo libro (otto volumi tra l''87 e il 2019), disco dopo disco (da ‘Jimtonic’ dell'88 a “Optional? musica Soul Jazz in trio", fino a “Fragile” del 2021. 

Le vette della fama le attinse con l'opera rock “Giulio Cesare, Musica per un generale da palcoscenico”. Ma riavvolgiamo il nastro. Dal 1963 si esibì con i Meteors, il gruppo che Gianni Morandi definì backing band, quindi con Claudio Golinelli, futuro bassista di Vasco Rossi, entrò a far parte dei Baci. Step rilevante negli anni Settanta, quando s’inventa con Fio Zanotti i Jimmy M.E.C., con in quali inciderà due album. Seguono le prime esibizioni da turnista con Andrea Mingardi e Augusto Martelli. Glorificato (in parte) dal suo ‘Giulio Cesare’. Dopo, produsse il quarto disco degli Skiantos, ‘Pesissimo!’ del 1980 e ‘Marginal Tango’ di Flaco Biondini, chitarrista in stile gucciniano.

Proficua sotto il profilo artistico la comunione d’intenti col Maestrone che produsse meraviglie, per gli Stadio incise l'intro di chitarra della hit “Grande figlio di puttana”. Ma alla fine fu lo straordinario trasporto per il jazz a prendere il sopravvento, consolidato dalla preziosa partnership con Antonio Marangolo ed Ellade Bandini. Tra le chicche recenti la sua partecipazione alla session di ‘All'una e trentacinque circa’ griffato Vinicio Capossela. Memorabili le co-registrazioni di due album di Paolo Conte, l'eponimo disco dell'84 e ‘Aguaplano’ dell'87, con Jimmy ininterrottamente sotto i riflettori con lo storytelling piemontese fin dai  primi concerti parigini. Spirito libero, talento e acume speciali, diceva ai giovani di ‘sporcare’ le note perché non illanguidissero all’aria settica da ospedale che le avrebbe rese incontaminate. Giurando di non farlo per apologia dell’errore. Teoria che fotografa nitidamente la paciosa arguzia di ‘Jimmy’. 

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