Stefano Bonaga, gli oggetti che fanno paura

Il filosofo ha dato alle stampe ’Cosofobo’: "È vero, ho rapporti difficili con le cose. Preferisco gli umani". E critica la cultura pubblica

Stefano Bonaga, gli oggetti che fanno paura

Stefano Bonaga, gli oggetti che fanno paura

Bologna, 31 marzo 2024 – È una piccola fenomenologia della quotidianità più disturbante quella creata dal filosofo Stefano Bonaga nella sua ultima opera, ’Storia di un cosofobo’, un libro di sole 12 pagine appena pubblicato che racconta di cosa siamo capaci nel nostro rapporto con le ‘cose’, delle quali abbiamo un disperato bisogno, ma delle quali vorremmo l’estinzione.

Bonaga, Giovanni, il protagonista della sua breve, recente avventura editoriale, proprio non riesce a trovare un sano equilibrio con le ‘cose’. Voi due vi assomigliate?

"Anche se non è una storia autobiografica, l’ispirazione arriva dalla mia maniera di relazionarmi ogni giorno con gli oggetti che mi circondano, anche quelli più banali. E, se pure non arrivo alle estremizzazioni del racconto, che è opera di fantasia, le difficoltà ci sono, le ammetto. E provo a affrontarle come posso, anche se quasi sempre con risultati insoddisfacenti".

Ci faccia un esempio.

"Penso, ed è uno dei passaggi contenuti nel Cosofobo, a quello che mi succede ogni volta che ordino cibo cinese a domicilio. Trovarmi di fronte quelle confezioni così perfette mi mette a disagio, devo ammetterlo, non so come approcciarle, se squarciarle o cercare un rapporto soffice. E mi arrendo subito. Lo stesso avviene, e anche questo l’ho messo nel racconto, quando un oggetto mi sfugge e cade per terra. Lo interpreto come la dimostrazione della fallacità della forza di gravità. Se davvero rispondesse alle esigenze di noi ‘umani, la ‘cosa’ si fermerebbe a metà strada, rimarrebbe sospesa, per permetterci di riprenderla agevolmente. Per questo penso che quando qualcosa finisce a terra sia un segno del destino, un avvertimento sulla caducità delle cose e la lascio lì".

A proposito di umani, lei non è però come Giovanni.

"Assolutamente. Lui, oltre ad avere la fobia delle cose, ha sviluppato un totale disinteresse nei confronti del genere umano. E non è il mio caso. Io sono molto affascinato dagli esseri umani".

Dodici pagine, il Cosofobo poteva diventare un racconto lungo.

"A Carlo Feltrinelli è piaciuto molto a avrebbe voluto che diventasse un libro, lo voleva pubblicare subito, ma il Cosofobo è nato come un gioco per far passare il tempo dopo un intervento in ospedale. Non pensavo certo a un utilizzo per il mercato. Ho preferito regalarlo agli amici di Pendagron che hanno voluto cambiare il il nome originale del racconto che era ‘Cosastrofi’".

A fronte dell’indifferenza o peggio nei confronti delle cose, quale è la sua relazione, a Bologna, con la ‘cosa’ pubblica?

"È una relazione che è continua fonte di depressione. Trovo incomprensibile, ed è il primo esempio al quale penso, il rapporto incompiuto, sbagliato, che Bologna ha con la popolazione universitaria, che è la sua vera, grande ricchezza. Oltre 100.000 ragazzi meravigliosamente portatori di diversità culturale, attratti dal fascino di una città bella e accogliente, che però per la politica sembrano non contare. Continuiamo a viverli come una ‘cosa’, appunto estranea, che serve alle economie del territorio, ma che non viene mai realtà considerata come parte attiva, consapevole, che potrebbe donarci un arricchimento sociale del quale non teniamo conto. A parte qualche proclama o inutile twitter".

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