La tesoriera della sensitiva sotto sfratto

L'ex aiutante della Bruna di Ponte Pietra accusata di appropriazione indebita. 'Perdo la casa se non pago 150mila euro'

Bruna Foschi, la 'sensibile' di Ponte Pietra, è morta il 15 dicembre del 2015

Bruna Foschi, la 'sensibile' di Ponte Pietra, è morta il 15 dicembre del 2015

Cesena, 20 marzo 2024 – “Ho 81 anni e percepisco una pensione di 500 euro al mese, ma incombe su di me il rischio concreto che la mia casa, dove abito, venga messa all’asta se non pago 48 rate mensili di 3.248 euro".

La condensa così Marisa Bertozzi la sua storia tormentata da una richiesta di risarcimento per appropriazione indebita iniziata nove anni fa con la morte di una cara amica a cui, sostiene, ha prestato aiuto per una vita intera. A seguito di quella denuncia Marisa ha perso una causa in prima istanza e, in attesa del risultato di un ricorso presso la Corte d’Appello di Bologna, la condanna è diventata esecutiva. Ci sono in ballo almeno 150mila euro che Marisa dovrebbe sborsare, a rate o in un’unica soluzione, pena la vendita giudiziaria della casa dove vive.

Giustizia è fatta? Così sembrerebbe secondo il primo grado di giudizio, senonché l’anziana signora continua a protestare la sua innocenza e si appella a chi può raccontando una vicenda a cui è legato il nome di una donna assai popolare in città e fuori deceduta nel 2015: Bruna Foschi, conosciuta semplicemente come la Bruna di Ponte Pietra. Nota per la sua capacità di intravvedere soluzioni ai tormenti dell’animo umano e non solo (pene di cuore, difficoltà di lavoro, problemi di salute, manifestazioni di natura non del tutto inquadrabili secondo la scienza medica), la Bruna aveva un seguito sterminato ma non voleva essere chiamata "sensitiva", né tantomeno "maga", preferiva il termine "sensibile".

Per decenni migliaia di cesenati e di romagnoli hanno fatto per ore, tra il tramonto e l’alba, la fila davanti a casa sua per interpellarla. All’apice della sua popolarità, negli anni ’90, per incontrarla occorreva armarsi di pazienza, e magari di una sedia a sdraio, e attendere il proprio turno finché non spuntava il sole e la Bruna sospendeva l’attività. La donna non concedeva appuntamenti ma era disponibile ad accogliere tutti, a parlare, ascoltare e tamponare guai e ambasce con grande soddisfazione di chi bussava alla sua porta.

Una miniera d’oro (a cui s’interessò anche la Guardia di Finanza) benché la "tariffa" fosse affidata al buon cuore di chi cercava il suo conforto? "Per carità, la Bruna era tutta generosità e ben poca padronanza col danaro che ne aveva assai poco - dice Marisa - tant’è che, solo grazie al credito che avevo personalmente in banca, sono riuscita ad aprire un conto corrente intestato a suo nome su cui avevo la delega ad operare per cifre molto modeste".

Ed è da lì che Marisa Bertozzi, accusata di aver sottratto danaro da altri rivoli, ha ereditato i guai in cui si dibatte ancora oggi. Della Bruna, racconta, è stata amica, consulente, assistente, tesoriera in totale disinteresse, tanto più che poteva agevolmente vivere di una propria attività di compravendita immobiliare. "Alla Bruna - afferma - non solo di soldi non ne ho presi, ma gliene ho dati tanti. Mi sento tradita dalla giustizia poiché sono totalmente innocente. Ed ora rischio di finire in strada. Alla mia età è una prospettiva terribile". La parola ora passa alla Corte d’Appello.