Il caso del cerotto anti-dolore: "Truffarono un neurochirurgo". Condanna e maxi risarcimento

Ai due veniva contestato di aver raggirato il professionista che investì nel progetto. La versione di uno degli imputati: "Ci furono incomprensioni, mai avuto vantaggi economici".

Il caso del cerotto anti-dolore: "Truffarono un neurochirurgo". Condanna e maxi risarcimento

Il caso del cerotto anti-dolore: "Truffarono un neurochirurgo". Condanna e maxi risarcimento

L’ultimo dei due imputati ha illustrato per un’intera mattina la propria verità sul cerotto anti-dolore, ma i suoi sforzi non sono bastati a convincere il giudice. La sentenza, arrivata nel pomeriggio di ieri, è stata infatti di condanna per entrambi. Otto mesi di reclusione, seicento euro di multa e una provvisionale da 75mila euro da versare alla parte civile, il neurochirurgo Emanuele Gozzo (assistito dall’avvocato Massimo Bissi). La sospensione condizionale della pena è subordinata al versamento della provvisionale, che corrisponde alla somma che la parte lesa ha denunciato di avere investito e perso nel progetto per la realizzazione del presidio sanitario. A processo per truffa erano finiti un 64enne ferrarese, Roberto Ori, e un 43enne di Adria, Mirko Rangon. I fatti al centro del procedimento risalgono al 2016. L’idea era quella di realizzare e distribuire un prodotto paramedico (un cerotto, appunto) per combattere i dolori mestruali. Peccato però che, secondo l’impianto accusatorio, si trattasse di un raggiro attraverso il quale gli imputati avrebbero distratto il denaro ottenuto.

L’udienza di ieri si è aperta con l’esame di Ori. Rispondendo alle domande delle parti il 64enne (assistito dall’avvocato Giacomo Forlani) ha ripercorso i punti salienti della vicenda, insistendo sulla correttezza del proprio operato ed evidenziando di non aver avuto nessun vantaggio economico dall’operazione, avendo addirittura dovuto ipotecare la casa. Perché dunque il progetto non è andato in porto? "Ci è mancata la maturità imprenditoriale – ha dichiarato rispondendo in aula –. Ci sono stati errori commessi da noi due (Ori e Rangon, ndr) e c’è stata l’impazienza del dottor Gozzo. Poi le incomprensioni sono volate". Ori racconta infine l’ultimo contatto avuto con la parte civile: "Mi chiamò e mi disse ‘voglio i miei soldi’. Poi mi chiese di cancellare il suo numero e io non l’ho più disturbato". La ricostruzione emersa in aula non è però bastata a far crollare l’impianto accusatorio. Il giudice ha infatti concluso accogliendo – seppur rivedendola al ribasso – la richiesta di condanna della procura. "Per noi rimane una questione civilistica – chiude l’avvocato Forlani dopo la lettura del dispositivo –. Faremo appello".