In Certosa l’ultimo saluto a Pazzi. Il dolore degli amici, i versi di Rilke. Ora riposerà tra i ferraresi illustri

Grande commozione al funerale. Don Vanetti: "Questa eucarestia è la presentazione del suo ultimo libro"

In Certosa l’ultimo saluto a Pazzi. Il dolore degli amici, i versi di Rilke. Ora riposerà tra i ferraresi illustri

In Certosa l’ultimo saluto a Pazzi. Il dolore degli amici, i versi di Rilke. Ora riposerà tra i ferraresi illustri

Roberto Pazzi si è "arreso, come noi, al mistero di ciò che sempre la poesia ha inseguito, mancandolo sempre, evocandone soltanto gli inserti, i contorni, il sospetto, la speranza, il desiderio". Scomponendo la perifrasi, Roberto Pazzi si è arreso alla morte. Le parole sono tratte dal discorso che lo stesso poeta fece nel 2000 sulla tomba di Giorgio Bassani. Loro due, così simili, nelle diverse capacità di raccontare Ferrara, di renderla mondo e di nuovo provincia; ora uniti nel conforto di un destino comune. Quel conforto che Roberto Pazzi avrà certo provato, alla notizia che avrebbe riposato in eterno nella Cella dei Ferraresi Illustri, sotto i monocromi di Garofalo e Ludovico Ariosto, il cui nome dipinto adesso campeggia sopra la testa del poeta: un cielo stellato d’eccezione, a cui Pazzi potrà dedicare il suo ultimo libro, ‘La doppia vista’. Gliel’hanno messo sul petto, prima di trasportare il feretro nel tempio di San Cristoforo, per un ultimo saluto. "Il suo ultimo libro è sul suo cuore – ha detto don Claudio Vanetti, officiando il rito funebre – questa eucarestia, Roberto, questa cerimonia è la presentazione del tuo libro, un momento in cui ti diciamo una semplice parola: grazie, grazie per quello che hai fatto per la tua Ferrara". Fino all’ultimo, "Roberto è stato profetico: ‘Un giorno senza sera’ – continua il prete, evocando l’antologia poetica di Pazzi – indica che il suo ultimo giorno non vedrà la sera e, infatti, è mancato nel primo pomeriggio, passando dalla luce terrena alla luce dell’eternità". Assente il sindaco, Alan Fabbri, alla funzione ha presenziato l’assessore alla cultura, Marco Gulinelli. "Chissà, mi dicevi, ‘speriamo che di tanto che ho scritto resti qualcosa. È questo che mi fa grato alla vita: aver seminato qualcosa’. Oggi – ha affermato l’assessore – ci sentiamo tutti più poveri, ma anche consapevoli delle ricchezze che Roberto Pazzi ci ha donato: le sue opere continueranno a ispirare le generazioni future". Tutti i suoi affetti più intimi, compresa la sua editrice, Elisabetta Sgarbi (La nave di Teseo), erano seduti nelle prime file e, al termine della funzione, si sono alternati al leggio, chiamati dall’ amico del poeta Alessandro Pasetti. Ha colpito, per citarne uno, il discorso di Matteo Bianchi, rimasto vicino a Pazzi fino all’ultimo respiro. "Due giorni prima di lasciarci – ha raccontato Bianchi –, in un momento di lucidità, mi ha sussurrato che l’assoluto è negli altri". Un messaggio quasi biblico, forte di quella sintesi cui soltanto la sacralità poetica può appellarsi e nel quale vi è racchiusa tutta un’esistenza trascorsa a insegnare al prossimo. Non è retorica, ma semplice spirito d’osservazione: ieri, in chiesa, chiunque si definiva suo allievo. E allora è sembrata ancor più opportuna l’iniziativa di trasmettere, alla Certosa, alcune registrazioni del compianto poeta: un vero dono – per chi era presente - di un’ultima lezione di letteratura, poesia, vita, durante la quale Pazzi ha citato i versi incisi sulla lapide di Rilke e ha affermato che "la morte è un mistero", ma che "noi siamo immortali quando creiamo" e che tutta la sua opera risiede nell’immaginazione, laddove la morte esiste solo in funzione dell’arte, entrambe indicibili, entrambe inaccesse alla parola, entrambe meritevoli di aver consegnato Roberto Pazzi all’eternità, perché una cosa infine si è capita: Roberto Pazzi vive ancora.