CRISTIANO BENDIN
Cronaca

Il bilancio dell’arcivescovo Negri: "Ho ridato voce al popolo cristiano"

«In questi tre anni mi ha addolorato il tradimento degli amici. Da massoneria e cattocomunisti le opposizioni più forti»

L’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri (foto Businesspress)

L’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri (foto Businesspress)

Ferrara, 29 maggio 2016 – Quello di giovedì, lo ha annunciato lei stesso, è stato il suo ultimo Corpus Domini a Ferrara: che bilancio traccia di questo ultimo, denso anno?

«Sì, a novembre compio 75 anni e quindi o prima o dopo la primavera del 2017, dipenderà dalla scelte del pontefice, lascerò Ferrara. L’ultimo anno è stato denso, è vero. Ma anche gli anni precedenti. Presenze che hanno dato la loro testimonianza, come il cardinale Antonio Cañizares sulla liturgia, il cardinale Piacenza sulla confessione, Gotti Tedeschi e Mantovano pochi giorni fa. Abbiamo dato un saggio di cosa significhi questa creatività della fede del popolo cristiano. Sono stati punti di riferimento vivi, di ispirazione per il presente».

Quale merito si attribuisce in questi anni di guida a Ferrara?

«Credo di aver contribuito al recupero e al rilancio dei grandi valori cattolici. In primis l’identità del popolo cristiano, che è realtà umana e sociale. Il cristianesimo è apparso nel mondo come socialità nuova e diversa dalle altre. E il popolo ha bisogno di riprendere la coscienza della propria identità e della propria tradizione magisteriale. La processione del Corpus Domini è un aspetto geniale della vita di questo popolo, con la sua capacità di fare dell’amore per Gesù, del mistero del pane e del vino, fattori di impeto missionario e di testimonianza di fronte alla società. Oltre a questa ripresa della tradizione credo di aver lavorato alla formulazione di una proposta culturale, che nasce dalla fede e si esprime nella fede. Un esempio sono le conferenze su I Promessi Sposi e Il Padrone del Mondo».

Condivide l’analisi secondo cui la Chiesa, oggi, è in difficoltà?

«Anzichè agire sull’impeto della ripresa di identità, la Chiesa di oggi si sta ripiegando su se stessa assumendo atteggiamenti di carattere sociale e assistenziale come se, cessato di contestare la cultura di questo mondo, laicistica e anticattolica, dovesse ridursi a doverla assecondare. Una cultura che vorrebbe la chiesa ridotta ad erogatrice di buoni sentimenti».

Anche qui a Ferrara?

«Quello che si è vissuto in questi tre anni è stata una svolta rispetto ad un passato pietistico e moralistico che non si può più riproporre oggettivamente, anche se la mia preoccupazione è che possa essere imposto. La sfida della chiesa ferrarese è di continuare ad essere cristiani fino in fondo, quel popolo di laici vivi, attivi e intraprendenti di cui ha parlato papa Benedetto XVI».

Di chi è la responsabilità se la Chiesa si sta piegando alle logiche contemporanee? Del Papa?

«Non è così lineare. Si tratta di corsi e ricorsi storici: a momenti di chiarezza propositiva e impegnata verso il futuro fa da contrappunto una tendenza a ritrarsi. Lo dimostra la storia degli ultimi tre secoli. Oggi per me c’è un po’ di confusione. Questa disistima per la dottrina, questo tentativo di pastorale che finisce con l’essere azione accettata e giustificata dal mondo rischia di trasformare la Chiesa in una onlus. E sullo sfondo emerge un ecologismo gnoistico che rivela un pensiero religioso unico e unitario che nasce dalla dissoluzione delle singole esperienze religiose».

Torno a chiedere: di chi è la responsabilità se la Chiesa è ridotta ad una onlus?

«L’insistenza sulle conseguenze etico sociali della fede, che sono il merito del magistero dell’attuale pontefice, una volta che fossero lette non in continuità con l’identità, finiscono per essere vissute in maniera negativa. La premessa delle premesse non è che ci sono i poveri e che bisogna aiutarli, che pure va bene, ma che il Verbo di Dio si è incarnato, ha salvato il mondo e abita presso di noi. Se questo è vero, la prima conseguenza è che noi dobbiamo condividere la vita dei nostri fratelli uomini in tutte le loro dimensioni e sfide. Quindi deve essere chiaro il movimento intellettuale che la fede provoca, e chiunque lo sente deve viverlo. Questo è l’essenza della tradizione magisteriale cattolica e dei papi che si sono succeduti e alla quale deve essere raccordato il magistero dell’attuale pontefice. Cosa che lui ha dimostrato nella Amoris Laetitia, raccordando il suo intervento alla Humanae vite e alla Familiaris consortio, eliminando qualsiasi tentazione di leggere questo come un avvenimento unico che non ha premesse».

Secondo lei papa Francesco viene strattonato a proprio comodo da varie componenti?

«E’ sicuro! Lo fa tutto il movimento ecumenico e interreligioso che parte da un relativismo, da una cedevolezza al protestantesimo, da una riduzione prammatica e sentimentale della fede e da un grave complesso di inferiorità nei confronti della mentalità post illuminista e post ideologica, che non ha alcun senso perché è una cultura decomposta. E’ infatti stata ignorata tutta la corrente illuministica che non fosse anticattolica».

In questi tre anni, ci sono stati momenti difficili, di contrasto. Non sempre la sua azione pastorale è stata accolta...

«L’impatto non è stato subito facile. Nello svolgersi degli avvenimenti si sono riaffacciate caratteristiche che sono permanenti, in primis l’opposizione al nuovo. Lo stesso sindaco Tagliani una volta mi disse che in questa città è difficile fare qualcosa di nuovo e diverso, specie se non si è di Ferrara. ‘Qui non si è mai fatto così’, mi son sentito dire varie volte. Un retaggio atavico dei ferraresi».

Da che settori sono venute le maggiori resistenze?

«Dalla Massoneria, espressione di una cultura anticattolica e animata da una volontà di distruzione del cattolicesimo, la vera erede dei totalitarismi del secolo scorso. Una massoneria trasversale che qui ha come alleato naturale il cattocomunismo, che si ispira a certo insegnamento dossettiano, quello più radicale».

Anche a Ferrara?

«Sì, anche se non è sistemizzata. Ai comunisti tocca governare e ai cattolici tocca un supplemento d’anima».

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E’ un monsignor Negri cambiato quello che oggi, a poco più di tre anni dall’insediamento a Ferrara e quando mancano sei mesi al compimento del 75° anno di età, traccia un primo bilancio della propria esperienza in arcidiocesi. Pur restando l’appassionato e coerente apologeta di un cattolicesimo quasi in estinzione (militante, vivo, partecipe), qualcosa è mutato nel suo temperamento. Tempo fa, sul Carlino, fece una sorta di autocritica verso certo suo modo di esternare il proprio punto di vista. «Ho maturato una riflessione profonda. Senza venir meno alla chiarezza della proposta e al dovere di proclamare la verità di Cristo, bisogna farlo in modo che non provochi indebitamente scandalo. Sia chiaro, lo scandalo è insito nella proposta. Ma c’è uno scandalo che può nascere da una istintività, da una impazienza e da una sorta di ideologismo che si annida anche nella mia coscienza, come in quella di molti altri. Ho capito che chi comunica cose importanti deve ridurre il peso della propria istintività e ideologismo. E un certo cammino credo di averlo fatto in questi ultimi anni». Lei è stato anche un elemento divisivo, così sostengono i suoi critici.

Che ne pensa?

«Divisivo di che? Se con la mia presenza e il mio annunzio divido una società frammentata, parcellizzata, rissosa, con alternative terribili, unificata solo dall’attacco alla Chiesa, ebbene, dividere per me è un vanto. Piuttosto ho unito un popolo che porta il suo contributo positivo politico, morale e intellettuale nella società e chiede agli altri di essere altrettanto vivi e dialoganti».

Quale il ricordo più bello e quale momento più amaro di questi anni ferraresi?

«Il più bello la ripresa di vigore delle grandi manifestazioni popolari, espressione viva della religiosità del popolo cristiano. Questo conta, non ciò che i giornali dicono di noi, come ricordava Biffi. E poi tutti i momenti in cui la Chiesa ha accettato di confrontarsi con problematiche politiche e sociali. Un popolo che si è risvegliato. Il momento più triste è stato il tradimento degli amici. Uno può dissentire da ciò che dico ma non può perdere il senso del rispetto dovuto all’altro».

Allude a Cl?

«Alludo a quella realtà associativa cui ho dedicato tutta la mia vita ma sia chiaro: non sono qui a Ferrara. Fra il dovere di amicizia e il piacera ai potenti, i responsabili nazionali hanno preferito la seconda senza dare mai giustificazioni».

Crede di essre riuscito a spezzare quella volontà di una «chiesa del silenzio»?

«Credo di sì. Credo di aver contribuito ad una inversione di tendenza, dando voce e favorendo la ripresa di un cattolicesimo popolare. Chiunque verrà dopo di me non potrà impunemente tornare alla situazione di prima»