Quanta bellezza. Ferrara basta a se stessa

Ferrara, città d'arte e di storia, è protesa a una politica culturale che non sempre rispetta la sua bellezza. Questo mese di ottobre, inadatto a kermesse, è una pausa silenziosa prima della grande festa di Natale.

Sarà perché è sabato, e la poesia più bella di Leopardi, Il sabato del villaggio, visiti la mia mente nella eterna metafora della felicità, come attesa della felicità, tentata di incontrarla per una di queste vie silenziose, arrese alla metafisica che illuminò la pittura di De Chirico per queste stesse contrade. Le amministrazioni, sia di sinistra che di destra, in tale politica culturale spesso protesa a frastornare la città estense, si sono mostrate della stessa stoffa, senza sostanziali differenze. Ma sono convinto che la bellezza del complesso monumentale e urbanistico della città di Biagio Rossetti, basti a se stessa e non necessiti di una perpetua politica di eventi culturali che portino per le sue strade “grandi come fiumane” le masse in cerca di città platee, città spettacolo, dove correre a vincere la noia, in una overdose di emozioni. Talvolta anzi ne ho sentito la fastidiosa estraneità, come se il numen loci ne avvertisse l’invadenza. Basta camminare per queste vie che tanto colpirono De Montaigne, Byron, Carducci, D’Annunzio, per sentire che il Tempo a Ferrara si è fermato, quasi incantato dalla sua bellezza, mentre si affacciano alle finestre del Castello Estense “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori”, là dove un giorno l’Ariosto lesse i primi canti del suo poema al cardinale Ippolito, fratello del duca Alfonso I. Benedetto dunque sia questo mese di ottobre, inadatto a kermesse, che scivola in silenzio, poco adatto al rumore di festa perenne che già Leopardi in un suo saggio sul costume degli italiani, individuava come vizio perenne della nostra stirpe. Del resto questa pausa sarà breve, perché già ci minaccia a novembre la vigilia della grande festa di Natale, con tutto il frastuono e la retorica che la caratterizzano.