Stop agli impianti. Yara ferma due mesi. I lavoratori: "Sventata la cassa integrazione"

Tra il 3 e 11 dicembre un rallentamento graduale, la ripartenza a febbraio. Operai in ferie o in permesso. Ma resta il grosso problema strutturale.

Stop agli impianti. Yara ferma due mesi. I lavoratori: "Sventata la cassa integrazione"

Stop agli impianti. Yara ferma due mesi. I lavoratori: "Sventata la cassa integrazione"

Cronaca di uno stop annunciato. Yara, l’azienda leader nella produzione di fertilizzanti e ammoniaca insediata al Petrolchimico, è costretta nuovamente a fermare gli impianti. La prospettiva delineata dall’azienda nel confronto di ieri pomeriggio con i sindacati è che l’ennesima fermata possa durare almeno un paio di mesi. Oltre la fine dell’anno. Uno stop graduale tra il 3 e 11 dicembre e la ripartenza, indicativamente, a febbraio. E questo, chiaramente, ha messo in allarme le parti sociali che si dicono preoccupate non tanto per la situazione contingente, bensì per quella in prospettiva. Al momento, infatti, per i 140 addetti dello stabilimento estense, non sembra profilarsi la possibilità di dover ricorrere agli ammortizzatori sociali.

L’idea alla base del confronto tra azienda e sindacati è che, al pari delle altre volte in cui l’impianto è stato fermato, i lavoratori sfruttino questo lasso temporale per smaltire le ferie e i permessi. In termini di attività, l’ipotesi più verosimile è che Yara impieghi il personale per la manutenzione degli impianti e destini un ‘pacchetto’ di ore alla formazione professionale. Scongiurata, momentaneamente, la paura della cassa integrazione, resta il grosso problema strutturale. Era il 4 ottobre del 2021 quando su queste colonne riportavamo la notizia che Yara aveva annunciato la necessità di fermare gli impianti. E il motivo era legato all’impennata registrata sui prezzi delle forniture energetiche. Ora come allora: il problema è l’elevatissimo costo del metano. In sostanza, per tenere accesi i forni con i quali si avvia il ciclo produttivo di ammoniaca e urea (prodotti fondamentali per la filiera agricola), l’azienda si vedeva erosa la marginalità. Di qui la decisione di allora di interrompere la produzione.

Oggi, due anni dopo, si ripropone lo stesso scenario. È il terzo stop, in ordine cronologico, che Yara dispone da quando è iniziata la grande crisi di materie prime e costi energetici. Nel frattempo, allargando lo sguardo oltre il perimetro dei confini nazionali, la multinazionale per via del caro energetico si è vista costretta a chiudere un impianto in Francia. Insomma la situazione è seria. Specie perché, il tema dei rincari energetici – esattamente come è stato ne 2021 all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina – è piuttosto trasversale. Pesa in maniera oppressiva in particolare sulle imprese energivore e, tra queste, a essere letteralmente falcidiate sono tutte quelle del settore ceramico. Un asset peraltro strategico della nostra Regione.

Ma torniamo a Yara. È il segretario regionale della Uiltec, Vittorio Caleffi a lanciare l’alert. "Ci troviamo – spiega il sindacalista – in una situazione di mercato piuttosto complessa. Assistiamo infatti al terzo stop, nel giro di poco tempo, di un impianto molto importante del Petrolchimico, costretto allo stop per via dei rincari. Al momento non prevedo ripercussioni sui lavoratori in termini di accesso agli ammortizzatori sociali. Tuttavia, occorre immaginare una soluzione di prospettiva". E, in questo senso, Caleffi pensa immediatamente al gas release. "Sarebbe auspicabile – scandisce – un atto governativo che autorizzasse la vendita del gas che viene prodotto nell’Adriatico, venduto a un prezzo controllato. Cioè a una tariffa che permette alle imprese di tenere gli impianti in marcia e di mantenere comunque una marginalità". Un’operazione che sopperisse alla "mancanza di un’indicazione strategica per sostenere il comparto della chimica e non solo, nella manovra finanziaria".