Vito Mancuso: "La gioia si raggiunge liberandosi dalle nostre trappole"

Il teologo e docente interverrà domattina alla Sala Estense su iniziativa del liceo artistico Dosso Dossi

Vito Mancuso: "La gioia si raggiunge liberandosi dalle nostre trappole"

Il teologo e docente interverrà domattina alla Sala Estense su iniziativa del liceo artistico Dosso Dossi

‘Non ti manchi mai la gioia’ (Garzanti) è il saggio di Vito Mancuso che dà il titolo all’incontro con l’autore, organizzato dal liceo Dosso Dossi e aperto alla cittadinanza, fissato per domani alle 10.15, alla Sala Estense. Il teologo dialogherà con gli studenti, sotto la moderazione della docente Francesca Boari.

Vito Mancuso, dal suo punto di vista, che rapporto c’è tra i giovani e la spiritualità?

"Non sono un sociologo e non ho il polso della condizione giovanile oggi. Tuttavia, penso ci si debba chiedere: da dove nasce la spiritualità? Nasce dall’incrocio di due esperienze decisive: la sofferenza e la bellezza. Se vince solo la sofferenza, si hanno pessimismo, noia, sfiducia e nichilismo. Se vince solo la bellezza, si ha l’edonismo, il prevalere del divertimento e dell’evasione. Se in un giovane oggi, le due esperienze convivono, allora in lui c’è spazio per quella richiesta ulteriore di senso, che si chiama spiritualità".

Il sottotitolo del libro è "Breve itinerario di liberazione". Cosa c’entra la liberazione con la gioia senechiana? E, soprattutto, liberazione da cosa?

"Da quelle che chiamo ‘trappole’. Quando siamo in trappola non c’è gioia: la gioia si ha liberandosi dalla trappola. Seneca distingue in maniera chiara la gioia dal riso e dalla felicità. Non credere – dice a Lucilio – che chi ride abbia la gioia. Anzi, Seneca dice che ‘verum gaudium res severa est’: la vera gioia è una cosa seria. La felicità viene dal bel tempo, da un sorriso, da una battuta: sul momento si ride, ma poi non si ride più. La gioia senechiana, invece, scaturisce dal lavoro serio su se stessi: è un accordo di sé con sé; è l’approdo a una tranquillità profonda che si può chiamare gioia. Da sempre, la condizione umana si trova alle prese con una serie di problemi che nel libro chiamo ‘trappole’. Dalle trappole, non può esserci una liberazione totale, ma può esserci un itinerario di liberazione".

Il discorso si inserisce nei due temi che il Dosso Dossi ha sottoposto agli studenti per prepararsi all’incontro: etica e disagio.

"In generale la scuola deve darsi un obiettivo primario: preparare i giovani al mondo del lavoro o prepararli alla vita? Se pensiamo che la scuola debba preparare al lavoro, abbiamo un’offerta definibile istruzione: una serie di strumenti, che rendono l’alunno un altro strumento da inserire in una struttura lavorativa. Tutto deriva dal latino ’struere’, che significa ’preparare per’. Ma secondo me è insufficiente. Prima che per lavorare, siamo venuti al mondo per vivere. Certo, per vivere bisogna lavorare, ma non basta lavorare per vivere. Da questo punto di vista l’etica è decisiva. L’etica è porsi delle domande su cosa sia l’essere umano oggi: questo significa educare, non solo istruire. Educare, dal latino educere, significa tirare fuori: l’opposto di ‘in-struere’. Insomma, un bambino non è solo un vaso vuoto, in cui mettere istruzioni, ma anche un vaso pieno, da cui estrarre l’anima".

Ma come si può fare?

"Penso che la nostra scuola, oggi, dia ai giovani tante cose di cui non hanno bisogno, senza offrire una serie di strumenti necessari. Soprattutto alle elementari, bisognerebbe lavorare tanto sugli elementi base del vivere: imparare a parlare, discutere, ascoltare. Va recuperato l’abc".

Va recuperata la dimensione sociale, minacciata dal mondo dei social e da internet.

"Proprio così. Per esempio, io farei tantissimo teatro: rappresentazioni di poesie, di brani…i ragazzi devono saper rappresentare, davanti a se stessi e di fronte agli altri".