La legge Ciaffi compie trent’anni: "Colpo alla partitocrazia nei Comuni"

Nel 1993 l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci, il relatore del testo fu il parlamentare maceratese

L’introduzione nel 1993 dell’elezione diretta dei sindaci da parte dei cittadini ha cambiato in questi trent’anni il "volto" dei Comuni. Il nuovo sistema elettorale ha irrobustito e valorizzato l’essenza delle comunità locali, dotandole di un meccanismo di democrazia diretta già presente sin da epoche più remote in altri paesi europei. Il trentennale di quella che fu considerata una sorta di "rivoluzione" legislativa merita di essere ricordato a Macerata, non solo perché proprio in questi stessi giorni di inizio dicembre del 1993 la città poté eleggere il primo sindaco con il nuovo sistema, ma soprattutto perché quella legge ebbe come "padre putativo" il deputato maceratese della Dc Adriano Ciaffi, che in veste di presidente della commissione affari costituzionali di Montecitorio ne fu artefice e relatore. Onorevole, perché la cosiddetta "legge Ciaffi" è ritenuta ancora oggi una delle più valide?

"Perché facendo scegliere direttamente agli elettori la persona da porre alla guida del governo locale si consente un riequilibrio tra i poteri del cittadino e il ruolo dei partiti: i partiti fanno un passo indietro, i cittadini fanno un passo avanti e diventano oltre che protagonisti anche arbitri della vicenda politica. Da allora, infatti, molto spesso i sindaci sono esponenti della società civile e non delle segreterie politiche".

Cosa spinse il Parlamento ad approvarla?

"Fino ad allora esisteva una diffusa instabilità amministrativa nei Comuni. La durata media delle giunte non oltrepassava i 15 mesi. I sindaci, eletti tra i consiglieri comunali, cambiavano più volte nell’arco della stessa consiliatura. L’affidare direttamente agli elettori la scelta del sindaco aveva anche l’obiettivo di superare la partitocrazia".

Quindi si voleva limitare la forte influenza dei partiti?

"Non era assolutamente in discussione la forma-partito, ma la legge ha voluto favorire un maggior ruolo della persona eletta rispetto all’appartenenza politica. Il sistema elettorale per i Comuni ha contribuito a far rigenerare i partiti stessi, tant’è che proprio a partire dalle prime elezioni del 1993 si sono diffuse un po’ ovunque le "liste civiche" in cui i partiti possono essere presenti, ma non in maniera egemone".

Il sistema elettorale ha costretto i partiti anche a coalizzarsi.

"Le coalizioni sono un altro "prodotto" dell’elezione diretta dei sindaci, soprattutto dove è previsto il ballottaggio. Oltre ad introdurre un sistema elettorale in grado di garantire maggioranze numericamente certe e quindi possibilmente stabili, la legge ha rafforzato soprattutto il ruolo del sindaco, quale "organo responsabile dell’amministrazione del Comune". In precedenza i sindaci erano sempre in balìa delle correnti consiliari, che potevano costringerli alle dimissioni per sostituirli con un altro consigliere. Ora, invece, sfiduciando lui cadono tutti".

Nel 1993 si concluse di fatto la cosiddetta "prima Repubblica". La legge fu anche figlia dei malesseri politici e sociali di quei tempi?

"No. La legge sull’elezione diretta dei sindaci è il giusto corollario della legge 142 del 1990, di cui avevo seguito l’iter quale sottosegretario agli Interni. Quella legge dettava i principi per il nuovo ordinamento degli enti locali, sostituendo le norme che risalivano al ventennio fascista, ma non interveniva sul sistema elettorale".

Nella recente proposta di riforma costituzionale si prevede di far eleggere il presidente del Consiglio con la stessa formula prevista per i sindaci. Ritiene possa funzionare?

"Non direi, perché la formula per i Comuni si basa sulla conoscenza diretta tra cittadini e candidato sindaco. Su scala nazionale è difficile che tale rapporto possa sussistere. Si rischia di dare eccessivo peso all’immagine pubblica che gli elettori ricevono attraverso i mass media. In definitiva c’è il rischio che venga favorito il politico più abile nella comunicazione massmediatica a discapito di chi è politicamente più capace".